COME SOSTERREBBE PIPPO BAUDO, PAPA FRANCESCO L’HO INVENTATO IO

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In questi giorni, e precisamente martedì 13 marzo, la Chiesa romana cattolica apostolica e milioni di fedeli di tutto il mondo festeggiano il quinto anniversario del pontificato di Francesco. L’elezione del successore di Pietro rappresenta sempre un evento, a prescindere che si sia credenti o meno, specialmente da quando anche il Papa si è trasformato in un personaggio mediatico. Frasi come “Tornando a casa troverete i vostri bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite loro: ‘Questa è la carezza del Papa!'” o “Si sbaglio, mi corrigerete…”, pronunciate dal balcone di San Pietro rispettivamente da Giovanni XXIII e da Giovanni Paolo II sono passate alla Storia con la esse maiuscola, proprio come il perentorio “Il dado è tratto!” pronunciato da Giulio Cesare sul fiume Rubicone o l’accorato “Houston, abbiamo un problema!” lanciato dall’Apollo 13 in viaggio verso la Luna. Ma anche nella storia con la esse minuscola, quella di ognuno di noi, i grandi momenti epocali lasciano un segno perché tutti rammenteremo per sempre dove e con chi eravamo, per esempio, mentre crollavano le Torri Gemelle o quando Neil Armstrong compì “un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità”.

Allo stesso modo, tornando in Vaticano, ci resta di sicuro nella mente il ricordo personalizzato dell’Habemus papam e quel disarmante “Fratelli e sorelle, buonasera!” col quale Jorge Mario Bergoglio si presentò al mondo.
Anch’io porto impresso nella memoria le modalità con cui appresi l’annuncio, ma in realtà il mio legame personale con l’avvento del nuovo Papa risale a due giorni prima della sua proclamazione.
Lunedì 11 marzo 2013, in quanto direttore responsabile di un settimanale di attualità, ero tra gli ospiti della trasmissione Mattino Cinque, quando la conduttrice Federica Panicucci chiese a me e agli altri giornalisti presenti negli studi di Cologno Monzese quale risultato ci aspettassimo dall’imminente elezione. “A me piacerebbe”, risposi d’istinto, non essendo in realtà un grande esperto di vicende episcopali,  “un Papa che richiamasse la Chiesa alla povertà delle sue origini: un papa… Francesco, per intenderci”. Si può immaginare il mio stupore quando, appena sessanta ore più tardi, venne comunicato il nome scelto dal cardinale Bergoglio. Il giorno dopo la Panicucci rimandò in onda il mio intervento, lo definì un grande scoop e mi chiamò in diretta telefonica per congratularsi con me. Che – è superfluo precisarlo – non avevo merito alcuno. Perché non avevo sfruttato la soffiata di una gola profonda nascosta tra i porporati, né sono un novello Nostradamus dotato di poteri divinatori, né  ardivo fantasticare che, segregati all’interno della Cappella Sistina, nei tempi morti del Conclave, gli eminentissimi e reverendissimi elettori avessero seguito Mattino Cinque e si fossero appropriati indebitamente dell’idea di un giornalista di poca fede. Comunque incassai con nonchalance i complimenti e solo il senso della decenza mi trattenne dal chiudere l’intervento alla maniera di Pippo Baudo: “Questo papa Francesco l’ho inventato io!

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