PERCHE’ LE SIGNORE AMANO LA BORSA QUANTO LA VITA

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Il lestofante che per primo formulò la classica minaccia “O la borsa o la vita!” evidentemente non stava rapinando una signora. Perché sapeva benissimo anche lui che porre questo aut aut a una donna significa infilarsi in un vicolo cieco dal quale difficilmente si uscirà con una risposta definitiva. Se si esclude quel piccolo particolare anatomico senza il quale la nostra specie non potrebbe perpetuarsi, ciò che prima di ogni altro dettaglio distingue il maschio dalla femmina è la costante presenza al fianco di quest’ultima di un’altra protuberanza, non fisiologica e congenita come quella dell’uomo, eppure per lei altrettanto fondamentale, un accessorio indispensabile, pari per importanza solo alle scarpe, rispetto alle quali ha, però, il vantaggio di non fare male ai piedi, nemmeno alla sua prima uscita.
La borsa è l’essenza di ogni donna, un suo scrigno intimo e privato da portare sottobraccio, infilato nella piega del gomito o a tracolla, al quale non ha accesso nessuno, tanto meno il suo uomo. Il quale, per altro, ha imparato fin da piccolo che non si mettono mai le mani nella borsa di una signora, a cominciare da quella della mamma. E, qualora gli capiti di essere costretto a farlo, sempre e solo su esplicita richiesta della proprietaria, sa di doversi calare in un iperspazio all’interno del quale gli oggetti sfidano sfacciatamente la teoria di Einstein sull’impenetrabilità dei corpi.
Del resto, da sempre noi maschi ci accontentiamo di una tasca all’interno della giacca (lato sinistro) o sul retro dei pantaloni (lato destro) per riporre e portare con noi tutto ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza. A voi signore, invece, occorre una mercanzia tale da trasformarvi in una specie di bazaar ambulante. Oltre al cellulare – che, come vedremo, merita un discorso a parte – in comune come oggetto di prima necessità abbiamo solo il portafoglio. Però, il vostro è grande il doppio del nostro, quasi una borsa nella borsa, perché deve contenere, in ordine sparso, i contanti, le monete, i documenti, la carta di credito, il bancomat, i biglietti da visita, gli scontrini degli acquisti dell’ultimo mese e quant’altro. Ma soprattutto custodisce le tessere fedeltà di negozi, profumerie, supermercati, tintorie, palestre, librerie, benzinai e praticamente di tutti gli esercizi commerciali che siete solite bazzicare o che comunque avete frequentato almeno una volta, quella nella quale una zelante commessa vi ha chiesto “Signora, le interessa la nostra carta punti?” e voi avete risposto di sì, che vi interessava, pur sapendo in cuor vostro che in quel negozio non ci avreste mai più rimesso piede, anche perché non sopportate le commesse troppo zelanti.
Poi ci sono loro, le chiavi: di casa, della macchina, del motorino e dell’armadietto della palestra. Noi uomini le portiamo in tasca, mentre voi le affondate nel mare magnum nella borsa, e loro, manifestando una sorta di volontà maligna, inimmaginabile in oggetti di metallo privi di autocoscienza, vanno inesorabilmente a posarsi sul fondo, nel punto più irraggiungibile, sprofondando in una sorta di Fossa della Marianne dalle quali riportarle a galla si rivela più complesso che far riaffiorare il Titanic dagli abissi dell’Atlantico.
Lo stesso infido percorso lo segue in genere pure il cellulare (altro oggetto che noi maschi riponiamo banalmente in tasca, a portata di mano e di orecchio) che però ha il notevole vantaggio di essere dotato di suoneria. Dunque, quando lo smartphone squilla, vibra e si illumina, è più facilmente individuabile, anche se la sua ricerca, seconda per complessità solo a quella del Sacro Graal, mette a dura prova il vostro self control, come certificano i gesti convulsi, per non dire isterici, e le espressioni verbali da camallo del porto di Genova di ogni signora impegnata per strada nella spasmodica ricerca del telefonino che la sta chiamando. E che, beffardo e dispettoso, smetterà di suonare, vibrare e illuminarsi non appena percepirà il contatto della sua mano.
Tornando all’inventario del vostro bagaglio di viaggio quotidiano, dopo il portafoglio, le chiavi e il cellulare, la dotazione basic è completata da fazzoletti e salviettine (utili per la sopravvivenza se si hanno bambini e se ci si deve avventurare in un bagno pubblico), penna e agendina, sigarette e accendino, custodia per occhiali da vista e/o da sole, kit con trucchi (praticamente il vostro angolo toilette  domestico stipato in pochi centimetri cubici), bustina coi medicinali (stesso discorso di cui sopra applicato a una farmacia comunale) e assorbenti, tampax e salvaslip (genere sanitario sul quale, da gentiluomo, preferisco non avventurarmi).
Poi, però, ci sono gli optional vari ed eventuali, calati alla rinfusa nella borsetta sulla base di una necessità ipotetica suggerita da due semplici affermazioni: “Non si sa mai…” e “Può sempre servire…”. Ed è questo mantra alimentato da speranze e timori a guidarvi nella selezione di ciò che giudicate indispensabile portarvi appresso. E così ecco il chewing gum e/o le caramelle casomai aveste bisogno di profumarvi l’alito, i cracker o i grissini casomai vi venisse un improvviso attacco di fame, il kit ago e filo casomai vi saltasse via un bottone della camicetta, il paio di comode ballerine casomai diventasse insopportabile il tacco 12, la borsina pieghevole di plastica per la spesa casomai vi ricordaste che il frigo è più deserto del Sahara, la sciarpina di seta casomai facesse troppo freddo, l’ombrello pieghevole casomai piovesse, lo spray al peperoncino casomai v’imbatteste in Harvey Weinstein o in altri figuri della sua stessa risma, la confezione di profilattici e/o il vibratore tascabile casomai…
Si potrebbe continuare all’infinito, ma a questo punto sarebbe un imperdonabile errore ridurre la borsa alla pura funzione di asettico e anonimo contenitore, perché essa è anche e soprattutto un oggetto dotato di vita propria, e spesso tutt’altro che anonimo (basta leggere la firma, autentica o contraffatta, che porta incisa in bella vista). Proprio in quanto tale, a prescindere dalla caotica  e imprevedibile varietà del suo contenuto, essa identifica la sua proprietaria, che inevitabilmente ne possiede una collezione piccola, media o grande e che sceglie di volta in volta il pezzo da portare a spasso con sé sulla base di ciò che si accinge a fare, delle persone che intende incontrare, dell’ora della giornata, dell’abito che indossa, del colore delle scarpe e, soprattutto, dell’umore del momento.
Se tale è l’universo misterioso e impenetrabile della borsa di una signora, un privilegio femminile concepito secondo una formula magica, come la lampada di Aladino, le tasche di Eta Beta o il bauletto di Mary Poppins, ringrazio la spavalda e scarna essenzialità di noi uomini e rinnego con fermezza il periodo degli Anni 70 in cui ci dotammo perfino noi maschi del famigerato e orribile borsello, un accessorio già sfigato nel nome che per lo più accettammo obtorto collo, come una maledetta zavorra imposta da una moda per nostra fortuna tramontata dopo un paio di stagioni, e forse anche dopo aver subito qualche tentativo di scippo, inconveniente al quale non siamo avvezzi, ma che per voi – spiace dovervelo ricordare – purtroppo rappresenta un pericolo costante. Perché, a differenza dello sprovveduto e quasi romantico lestofante di cui sopra, i malviventi che per la strada prendono di mira il vostro scrigno portatile hanno afferrato, prima della refurtiva, una sacrosanta verità: per una donna la borsa è la vita.

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