QUANDO LA DONNA TENTA DI METTERE IN VALIGIA LA CASA

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donna valigia

La valigia sul letto non è solo l’incipit di una famosa canzone di Julio Iglesias, ma anche il punto di partenza di uno psicodramma familiare che si consuma tutte le volte che una coppia, regolare o meno, si accinge a partire per le vacanze. Perché anche sul tema dei bagagli, noi uomini e voi, gentili signore, abbiamo elaborato scuole di pensiero diverse, praticamente antitetiche. Il maschio tende a portare con sé solamente ciò che ritiene indispensabile, anche quando il viaggio sfora le 24 ore, mentre la femmina già al di sotto di quella soglia temporale trasforma la valigia in una piccola succursale della casa, dove, a dispetto della prima legge della fisica, stipa tutto ciò che si trova nel guardaroba, in bagno e a volte pure in cucina. E questa fondamentale differenza si manifesta semplicemente perché ciascuno dei due si è già prefigurato la propria vacanza dal punto di vista del look.
Lui in genere si attiene a regole secche e precise, quasi dogmatiche, tipo una polo ogni due giorni più una camicia per Ferragosto, un paio di pantaloni ogni tre, un golf buono per tutte le stagioni, ciabatte per la spiaggia e mocassini per la sera, un solo costume (tanto di notte si asciuga), la biancheria intima occorrente per mantenere il livello minimo di decoro igienico e pochi altri accessori, oltre a quattro prodotti per la toilette. Lei, invece, studia dettagliatamente fin da una settimana prima della partenza tutti gli abbinamenti diurni e notturni attuabili, ligia al principio irrinunciabile in base a cui non è decoroso farsi vedere due sere di seguito con lo stesso vestito, né due giorni di seguito con la stessa combinazione costume-pareo. Nel dubbio – e ne ha in continuazione mentre sbircia dentro l’armadio – butta dentro tutto, all’insegna del Non si sa mai, motto che sta alla sua valigia come Nei secoli fedele sta all’Arma dei Carabinieri. E si convince progressivamente che non c’è nulla che meriti di essere lasciato a casa, nemmeno i due liocorni, se solo facessero parte dell’arredamento domestico.
La diversa maniera di interpretare il concetto di strettamente necessario si riflette logicamente sulle modalità di riempimento della valigia stessa. Lui vi caccia dentro alla rinfusa scarpe spaiate, camicie inutilmente stirate, magliette appallottolate come cartine del chewing-gum e dopobarba chiusi male di default. Lei, dopo un accurato studio algoritmico che pretende silenzio e concentrazione, ripone con cura tutti i capi e gli oggetti, seguendo un ordine prestabilito e sfruttando anche il minimo spazio disponibile, in modo da avere subito a portata di mano ciò che serve al momento giusto, forse contaminata dalla sindrome di Mary Poppins, che però si spostava munita esclusivamente di bagaglio a mano e proprio per questo motivo sarebbe la compagna di viaggio ideale di ogni maschio, se solo indossasse abitini un po’ meno austeri e calzature vagamente più sexy.
La stessa procedura, ma percorsa in senso inverso, vede i due partner protagonisti all’arrivo in albergo, dove lui disfa la valigia in tempi degni di Federica Pellegrini all’ultima vasca, infilando con furore da trance agonistica tutti i capi nel settore dell’armadio che gli è stato destinato dalla compagna (il 20 per cento scarso dello spazio utile disponibile) e che prende ben presto le sembianze di una riproduzione in miniatura del caos primordiale, mentre lei la svuota meticolosamente, ripiegando i capi eventualmente sgualciti e disponendoli sugli scaffali e nei cassetti suddivisi per utilizzo e colore, fino a quando la sua zona (che – va da sé – comprende il restante 80 per cento abbondante dello spazio) non sembra un negozio Benetton.
Il vero dramma, tuttavia, si registra prima della ripartenza dal luogo di villeggiatura perché accade regolarmente un fenomeno scientifico che neppure Piero e Alberto Angela sarebbero in grado di spiegare. Mentre l’uomo replica come in un remake la stessa sceneggiatura dell’andata, senza necessità di dover separare i panni sporchi da quelli ancora intonsi perché li ha usati tutti più volte, la donna, che si è resa conto cammin facendo di aver portato più capi di quelli che avrebbe potuto indossare globalmente a meno di non cambiarsi un paio di volte nel corso della stessa serata, scopre che essi nel corso della vacanza sono misteriosamente lievitati o hanno partorito altri capi, che ora impediscono la chiusura della valigia dalla quale spuntano fuori irrimediabilmente varie appendici ribelli, dalle bretelle di un reggiseno alla manica di una camicetta, senza contare il paio di sandali coi brillantini che là dentro non vuole proprio saperne di entrarci. Segue immancabilmente una rissa verbale tra i due (“Te l’avevo detto di non portare tutta ‘sta roba…”), che rimanda la coppia allo psicodramma iniziale, evitabile se lui e lei viaggiano con bagaglio distinto, ma ineluttabile allorché esso è comune e sparso su più colli.
Come avviene, o sarebbe opportuno che avvenisse quando si deve affrontare un trasferimento aereo, per evitare che l’eventuale smarrimento di uno di essi lasci il suo titolare letteralmente nudo alla meta. Dunque, in questo caso è consigliabile mescolare gli abiti e suddividerli nelle varie valigie, operazione tuttavia non semplicissima perché una donna attenta non può correre il rischio di ritrovarsi poi obbligata a sposare i pantaloni neri con la maglia blu, che fa molto sciura Pina, o a mettere gli shorts su un tacco 12, che fa troppo Belen Rodriguez.
Ma sul viaggio aereo incombe un’altra spada di Damocle: il peso. Per la già ricordata innata propensione a portarsi in vacanza praticamente mezzo appartamento, la valigia preparata dalla signora raggiunge pesi da lottatore di Sumo, costringendo il suo compagno a sforzi sovrumani per trascinarsela fino al nastro del check-in dove il responso impietoso della bilancia provoca occhiate imbarazzanti da parte della hostess di terra, convinta che quei due passeggeri stiano tentando di imbarcare anche i 24 volumi dell’autorevole Enciclopedia Britannica.
Ma alla fine, se Dio vuole, si parte, meglio se armati pure di un trolley da cabina, che potrebbe rivelarsi più provvidenziale delle scialuppe di salvataggio del Titanic, perché contiene – lui sì, poveraccio – lo stretto indispensabile per la sopravvivenza. Sui bagagli caricati (forse) nella pancia dell’aeromobile pesa infatti l’incognita del lost che non sempre fa rima con found. E solo chi ha sperimentato almeno una volta il trauma di non vedere sbucare sul nastro  la propria valigia può comprendere le reazioni scomposte, gli urletti di gioia e il palpabile senso di sollievo che procura la sua apparizione, altro che Medjugorie. Essenziale, comunque, è che arrivino a destinazione la valigia o il borsone che contengono i medicinali, altro nervo scoperto nella preparazione dei bagagli, specie quando si va all’estero, e soprattutto in caso di presenza di bambini. Perché la saggia mamma italiana ha il terrore di trovarsi lontano dalla Patria senza il necessario per curare febbre, mal di pancia, di denti e di gola, dissenteria, stitichezza e ogni altra malattia nota o ignota alla comunità scientifica internazionale e tende a negare la presenza di farmacie sul suolo straniero, che si chiami Mombasa o Manhattan. Dunque, imbarca con cura, dopo attenta lettura del bugiardino, ogni tipo di medicinale ritiene possa risultare provvidenziale al momento del bisogno. Momento che probabilmente – ed è anche un augurio  – non si presenterà mai, consentendo alla sospirata vacanza di filare via liscia come l’olio. Alla faccia di Iglesias, di Mary Poppins e dei due liocorni, che chissà nel frattempo dove cavolo sono finiti.

 

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