HO UN SASSOLINO NELLA PANTOFOLA

Cara vecchia e insostituibile Moka, io ti amo

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Prepararsi l'espresso con le cialde è comodo e può dare la sensazione di farlo come quello che si beve al bar. Ma volete mettere il rituale della classica macchinetta, con quell'aroma che si diffonde per tutta la casa e quel gusto inimitabile? Perché il caffè è un piacere...

 

Per anni ho desiderato la macchina per fare il caffè espresso. Che avesse la cialda in garza o sigillata, che fosse di una o dell’altra marca, la volevo: volevo il caffè come al bar. Come quello che bevi a Roma vicino al Pantheon, al Sant’Eustachio: crema caffè, densa, ricca, profumata di cioccolato.
Non l’ho avuta io, ma i miei, tre anni fa. Ogni volta che ero da loro era un piacere bere quello che per me era il vero caffè.
Dopo un iniziale entusiasmo, ho notato che loro, piano piano, non l’hanno usata più. Hanno ridotto il consumo a uno al giorno e quel caffè lo fanno alla vecchia maniera, con la Moka: una macchinetta lilla con l’interno bianco, da tre, che è giusta per loro due, per il loro rito mattutino.
Proprio ieri ero da loro per fare una commissione, adesso che sono via: ho acceso “Amodomio”, ma non c’erano più cialde ed è saltata fuori la moka lilla e bianca.
Mentre la riempivo d’acqua facevo attenzione a non superare la valvola interna, a non mettere il caffè direttamente nell’acqua (è capitato, senza occhiali…) e a non metterne troppo, a non pressare la polvere, a stringere il giusto – non troppo, non poco – a mettere il filtro per non schizzare, a tenere il fuoco basso. A fermare l’uscita del caffè abbassando il fuoco appena esce, a far la crema direttamente nella caffettiera, a sentire l’aroma spandersi dappertutto e a spegnere la macchinetta quando il borborigma aumenta, per non bruciare il caffè.
E anche così non è mica detto che venga un buon caffè… C’è la manutenzione della Moka: il fatto che per lavarla non va mai usato il sapone, il caffè che esce “più la usi”, la guarnizione a cui va fatto il tagliando “dopo un po’”.
Un espresso al bar può essere buono, replicato a casa può essere “speciale”, ma quanto ci vuole per farlo? Accendi la macchina, metti la cialda, posizioni la tazza e il gioco è fatto.
Quanti caffè uno uguale all’altro, perfetti, con lo stesso identico gusto, di plastica. L’attenzione è solo nello scegliere la cialda che “a naso” ti piace.
Questo caffè sarà buono per una volta, ma gli altri saranno di plastica. E mi lasceranno con la voglia.
Come innamorarsi di un bel viso e commuoversi per l’effetto che ha sul tuo ego. Dov’è l’attenzione? Dov’è il viaggio? E il gusto? E il rito?
Il latte è rimasto in frigo, l’aroma del caffè era in tutte le stanze: come ho fatto a non accorgermi prima di quanto mi mancava?
Con un sorriso ho spento “Amodomio” e, chiudendo a chiave la porta, con gli occhi ho abbracciato mamma e papà.

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