PRENDILA CON FILOSOFIA

Ecco come il counselor ci aiuta a conoscere le nostre potenzialità

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Liberare il pensiero dai pre-giudizi personali e sociali, valorizzare l'unicità dell'individuo ed esaltarne i lati inespressi: sono gli obiettivi di questa figura professionale. Che usa uno strumento antico: il dialogo

 

 

Ho visto che lei ha la qualifica di professional counselor? Che cosa significa? E come opera un professional counselor?
(Elena – Cremona)

Il counselor è un professionista della relazione che ha frequentato una scuola di formazione e che, attraverso un’esame di ammissione, può poi iscriversi a un’associazione di categoria. Nel mio caso la qualifica di professional counselor mi è stata riconosciuta dall’associazione Assocounseling. In particolare, io sono una consulente filosofica: utilizzo, infatti, gli strumenti offerti dal pensiero filosofico attraverso il dialogo con chi ha scelto di rivolgersi a me perché sentiva l’esigenza di esporre una situazione che gli stava creando difficoltà. I problemi che vengono affrontati in consulenza possono essere di natura esistenziale, relazionale o di qualunque altro genere.
E che cosa fa il consulente filosofico? Innanzitutto, accoglie il “consultante” (o cliente) in uno studio e lo esorta a parlare, dopo averlo fatto sedere di fronte a sé, senza che siano frapposti tra loro una scrivania o un tavolo, in modo da potersi guardare in faccia durante il colloquio. Successivamente gli pone domande inerenti al racconto che ha ascoltato, allo scopo di avere più chiari alcuni passaggi e riformula, ovvero ripete con parole sue, ciò che gli è apparso poco chiaro. In pratica, la riformulazione serve al consulente per “capire se ha capito”. Come dice Pier Aldo Rovatti nel suo saggio La filosofia può curare?, “si tratta di sbloccare la paralisi del pensiero, talora murato in un’unica dimensione o in un unico scenario o paradigma per tentare di fornire più spazio o più gioco a forme alternative di rappresentazione del proprio vissuto e in definitiva a una pluralità di dimensioni o paradigmi di pensiero”.
Il consulente non utilizza il sapere filosofico per creare ad hoc risposte che risolvano il problema, ma accompagna chi si è rivolto a lui alla ricerca di una visione nuova che, nella maggior parte dei casi, si realizza nell’individuazione di una causa mai pensata prima, non per l’incapacità del consultante, ma proprio perché non si era creata l’occasione di un confronto libero e aperto con una persona che si dedica professionalmente a questo e che lungo il suo cammino di formazione ha affinato alcuni “strumenti” del pensiero.
Il consulente non dà lezioni di filosofia, così come il medico non dà lezioni di medicina. Ma, come auspica  il tedesco Gerd B. Achenbach, “padre” della consulenza filosofica, egli grazie alle letture dovrebbe diventare consapevole e in grado di comprendere se ha acquisito un sesto senso su ciò che in genere rimane trascurato e se ha imparato a sentirsi a proprio agio anche nei pensieri, nelle sensazioni e nei giudizi differenti e poco comuni. Si tratta per lui di pensare e percepire insieme al suo cliente per aiutarlo a liberarsi dalla sua solitudine riuscendo forse così a spingerlo verso altri criteri di valutazione della vita e delle sue circostanze.
Durante il percorso di counseling, che non ha una durata prefissata, il consultante è così stimolato a mettersi in gioco ed è possibile che avvenga il cambiamento auspicato, attraverso l’utilizzo di potenzialità che sono già insite in lui, ma che avevano bisogno di un contesto adatto per emergere.
A volte ciò che si cerca è il “senso” della propria vita perché ci sono periodi di crisi nei quali si ha l’impressione di averlo perso o di avere bisogno di ridefinirlo per continuare il proprio cammino. L’essere umano ha la capacità di riflettere, cioè di “pensare i propri pensieri”. Ma per poterlo fare ha bisogno di concedersi degli spazi e dei tempi, il che può risultare particolarmente difficile quando la vita quotidiana assorbe completamente ogni risorsa.
Negli ultimi tempi ho, infatti, la sensazione che ciò che accomuna le persone che si rivolgono a me è il bisogno di fermarsi, di dedicare un’ora a se stessi, a quei pensieri che creano disagio e che loro hanno volutamente “cacciato” dalla testa, ma che ciclicamente si ripresentano. Invece, ogni pensiero deve avere la possibilità di essere espresso e, come si è detto, “ripensato”.
In definitiva, il consulente non dà etichette, né emette giudizi sulla persona che si è rivolta a lui, perché ritiene fondamentale l’unicità e la particolarità di ogni essere umano. Al contrario, lavora per scardinare i pre-giudizi che questi ha su di sé e sul mondo che lo circonda per liberare tutte le sue potenzialità. E per –  come diceva Socrate – conoscere se stesso.

Scrivetemi a: annalisacantu@signoresidiventa.com

 

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