HO UN SASSOLINO NELLA PANTOFOLA

Il caso Kevin Spacey: come si fa in fretta a distruggere una vita

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Lo scandalo che ha travolto l'attore americano e l'ostracismo totale che Hollywood gli ha decretato, tagliandolo perfino da film già girati, si presta a una riflessione che prescinde dai giudizi morali, ma riguarda l'esercizio dell'invidia e il gusto della vendetta. Non solo nel cinema

 

C’è una serie di quesiti che mi pongo e che mi ronzano insistentemente in testa da qualche giorno, leggendo le denunce a scoppio ritardato che stanno investendo il mondo del cinema americano e anche quello nostrano: qual è il perverso gusto che si prova a rovinare la carriera, e quindi la vita, di una persona? Si sa che l’invidia e la vendetta sono tra le cause delle più grandi sciagure, ma che cosa spinge a prendere di mira chi il successo l’ha ottenuto facendosi un mazzo tanto? Già, perché qui non stiamo parlando di persone che hanno conquistato la notorietà grazie alla loro avvenenza fisica, ma di professionisti che attraverso il loro lavoro hanno messo in evidenza il proprio talento.
Tralasciando le vicende che riguardano il mondo italiano dello spettacolo, con le accuse che hanno investito il regista Fausto Brizzi e sulle quali ora si cercherà di appurare la verità, vorrei prendere come esempio il caso di Kevin Spacey che non può che far riflettere su quanto sia dilagante la cattiveria umana. Un attore che nel giro di pochi giorni  è stato cancellato da Hollywood, da Netflix, da Sony. Da tutti. Omosessuale ‘predatore’, pedofilo, molestatore seriale, depravato, e chi più ne ha più ne metta. La sua colpa è di essersi voluto divertire sul suo yacht con un gruppo di ragazzi consenzienti, con la conseguenza di aver portato alla luce la sua peraltro già dichiarata omosessualità. Immagine distrutta, carriera finita, filmografia da rivedere o da ‘correggere’, se si fa in tempo. Ma che Spacey fosse omosessuale era noto a tutti, colleghi e giornalisti compresi. Così come a Hollywood si conoscevano i gusti sessuali dell’attore, il fatto che gli piacessero i ragazzi giovani.
Certo, la gente comune ha diritto di indignarsi e di scandalizzarsi dei gusti e delle abitudini dell’attore americano. Ciò che è invece più difficile da accettare è l’indignazione e la velocità con cui Hollywood ha epurato la sua ex star. Partendo dal concetto che nessuno ha il diritto di giudicare nessuno se non se stesso, a prescindere dai giudizi etici, spesso soggettivi o legati al “comune senso del pudore”, quello che chiunque fa della propria vita privata, quando non commette reati, in quanto tali perseguibili penalmente, é un diritto sacrosanto, che nulla ha a che vedere con il proprio operato artistico e professionale. Siamo seri: sarebbe come dire che la Gioconda è da nascondere sotto due dita d’intonaco perché a Leonardo non piacevano le donne. Se il problema è invece che “sapendo”, d’ora in poi non si possa più guardare Spacey come il grande attore che è ma come il perverso della situazione, allora il problema esiste davvero. Ma è quello di chi lo guarda in questo modo.
A cominciare proprio da Hollywood, patria di film e di scandali, che ora si sta rivelando anche patria dell’ipocrisia, del moralismo integralista e dell’opportunismo. Il nome dell’attore premio Oscar per American Beauty (una storia di molestia su minori…), protagonista nel ruolo del Presidente degli Stati Uniti Frank Underwood di House of Cards (una storia di un uomo senza scrupoli, politicamente e umanamente perverso e con tendenze anche omosessuali…) è oggi proibito e i produttori non ne vogliono più sentir parlare. Così, a poche settimane dall’uscita nelle sale, con il trailer già nei cinema e su Internet, Kevin Spacey, tra i protagonisti del film All the money in the world di Ridley Scott è stato ‘cancellato’ e sostituito con  Christopher Plummer, chiamato a ripetere le scene girate dal collega caduto in disgrazia. E la Netflix decide che House of Cards non avrà seguito o, se l’avrà, registrerà la morte di Frank Underwood per puntare tutto sulla moglie Claire, ovvero Robin Wright. Tra l’altro, Spacey era anche uno dei produttori esecutivi della serie ed era diventato una figura molto potente nel panorama di Hollywood, al punto da far sospettare che, come si diceva, sulla sua repentina caduta incidano non poco anche l’invidia e la voglia di rivalsa di un ambiente che si sta dimostrando molto vendicativo. E questo mi riporta al quesito iniziale e cioè al gusto di voler rovinare una persona. Perché di questo si tratta.
E mi chiedo perché il muro eretto da Hollywood sia così compatto e perché nessuno del grande baraccone abbia avuto il coraggio di urlare ai quattro venti: “Kevin, don’t warry, eccoti il copione, da domani sei sul set del tuo nuovo film”. Ecco, forse qui però una risposta è facile da trovare: se tutto questo non è ancora accaduto, è perché la merda da cui siamo sommersi ha raggiunto i livelli da cloaca massima e l’unica speranza è che si proceda al più presto con una radicale e definitiva operazione di spurgo. In fondo sognare non costa nulla e ormai è l’unica cosa che ci è concessa.

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