Teatro

“Il padre” fa finire in macerie il concetto di potere tutto maschile

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Gabriele Lavia porta in scena il dramma di Strinberg nel quale l’autore svedese smantella tutte le antiche certezze del protagonista, costruite sullle fragilità del rapporto fra i sessi e sulla sottomissione della donna

 

IL PADRE

di August Strindberg
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia,
Federica Di Martino e con Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari, Luca Pedron

scene Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche Giordano Corapi
luci Michelangelo Vitullo

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Te ne accorgi subito quando sei al cospetto del Grande Teatro, senti che ti verranno i brividi: non potrai più pensare ad altro per tutta la durata della rappresentazione e ti lascerai attraversare dalle emozioni, fino al catartico applauso finale, con gli attori esausti e felici che si inchinano al pubblico commosso. Il padre è Grande Teatro.
La scenografia è imponente nella sua essenzialità e avvolge la scena in un tripudio di velluti rossi che contengono l’azione, come a volerla isolare in un bozzolo. Alti sipari scendono dalle quinte con morbidi drappeggi che invadono la scena, un mare rosso che è utero e forza della maternità, ma che rappresenta anche il sangue, la rabbia, l’impotenza maschile e l’inevitabile declino verso la follia. Quel mare in tempesta di velluti color sangue è la mente del protagonista che esplode senza più controllo nella sua ossessione, è il fantasma della pazzia. Come in un quadro di Dalì, il salotto bene diventa liquido e si scompone, divani, poltrone e tavolini galleggiano sbilenchi perché la rispettabilità borghese si guasta fin dal nascere in questo dramma di Strindberg che Gabriele Lavia mette in scena per la terza volta, tenendo per sé il ruolo del Capitano Adolf e della sua guerra non con i nemici, ma con la moglie Laura. La posta in gioco è l’educazione della figlia, dietro la quale si nasconde molto di più, ovvero il concetto stesso del potere maschile e un equilibrio fra i sessi che già a fine Ottocento mostrava le sue crepe.

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Intriso di suggestioni psicanalitiche, colto, immerso nella tradizione, stregato dal mito, Strindberg e Gabriele Lavia con lui attraversano tutte le spavalderie prima e le insicurezze poi del maschile. Ecco perché non è inutile l’apertura sulla bravata dell’attendente che mette incinta tutte le servette e che l’uomo di chiesa rimbrotta con fare paternalistico e indulgente, perché le donne non meritano nessuna considerazione, al massimo il frutto del peccato può essere preso in carico dalla misericordia. Ma l’uomo ha solo attenuanti e guasconeria maschile, arroccato in un dominio perpetuato nei secoli.
Gli uomini e ancor più i militari non hanno incertezze sull’inattaccabilità del loro ruolo.

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Almeno questo è quello che credevano, perché nel microcosmo della famiglia di Adolf esplodono violente tutte le contraddizioni: se non c’è certezza della paternità, e allora, prima del Dna non c’era, se una donna insinua il dubbio che una figlia, in questo caso, possa non essere del padre legale, tutta la cattedrale della civiltà vacilla e crolla. E questa sarebbe anche il meno, perché a essere ridotto in macerie è l’individuo, grande protagonista di tutto il teatro di Strindberg.
Con un testo rigoroso, l’autore svedese smantella tutte le certezze del capitano Adolf, a cui Lavia dà corpo, emozione e tutta la grandiosità di una tradizione antica che, a fronte di una certezza granitica, già presentava in nuce le fragilità del rapporto fra i sessi, la sottomissione della donna che si scontra con la forza creatrice che il maschio invidia, e tutta una rete di rapporti ben più complessi di quanto la legge e la costruzione della civiltà abbiano fatto supporre.

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Lavia Maestro
, Lavia istrione, Lavia generoso si dona e si consuma sul palco, in una memorabile interpretazione del Padre. La disperazione finale, la camicia di forza sullo sfondo dei velluti rosso sangue e di un coro muto, in una coreografia che sembra un quadro di Goya, resteranno per sempre negli occhi e nel cuore dello spettatore.

 

Date tournée:
Milano Teatro Elfo Puccini fino al 25/2/2018
Torino Teatro Carignano 27/2 – 11/3/2018
Genova Teatro della Corte 13 – 18/3/2018
Udine Teatro Nuovo 21 – 23/3/2018

Produzione
Fondazione Teatro della Toscana.

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