RIFLESSI DI CINEMA

“Quello che non so di lei”, donne sull’orlo d’una strana ossessione

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Nel film di Roman Polanski il rapporto tra le due protagoniste (una scrittrice esausta e una sua torbida ammiratrice) procede tra realtà e invenzioni fino a un finale non inaspettato. Che però colpisce lo stesso

 

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locandinaQUELLO CHE NON SO DI LEI

 

 

di Roman Polanski
con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez
tratto dal romanzo di Delphine de Vigan

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La suspence si addice a Polanski. Pochi film sono inquietanti come L’inquilino del terzo piano o Rosemary’s baby, storie percorse da brividi che non sono stati intaccati dal passare del tempo. Chi ricorda la scena di Repulsion con Catherine Deneuve terrorizzata dalle mani che sbucavano dalle pareti del corridoio di casa? Per il regista polacco la paura ha sempre origine da noi stessi, cova in qualche angolo nascosto della mente, pronta ad aggredirci.
Il malessere affiora lentamente e si impossessa dei protagonisti dei suoi film, sfilacciando le loro personalità come tele strappate.

Repulsion

Cstherine Deneuve in Repulsion

Protagonista assoluta è una scrittrice, Delphine (interpretata da Emmanuelle Seigner) che con l’ultimo libro in cui mette a nudo se stessa e la storia della sua famiglia raggiunge un enorme successo, come una J. K. Rowling capace di scavare nei meandri dell’anima femminile. Il film si apre su una trionfale presentazione con una folla osannante di fan in cerca di un sorriso, di un autografo. Lei è stanca, svuotata dalla scrittura di un libro impegnativo che affondava gli artigli nella sua stessa carne, regge l’assalto, ma invece di essere felice del successo, crolla. Esausta, cerca un po’ di pace in un angolo della libreria ed è lì che viene avvicinata da misteriosa ammiratrice, “Elle” (diminutivo di Elisabetta) nella versione francese, “Lei” in quella italiana: molto bella e arguta, colpisce da subito Delphine che, riluttante con tutti, con lei si comporta in tutt’altro modo, le dà il suo numero di telefono e a poco a poco le permette di entrare nella sua vita.

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E’ una persecuzione che si acuisce per gradi, un’amicizia che nasce da incontri forse casuali, e che man mano si fa pressante. Delphine sull’orlo di una crisi di nervi, stanca per il libro appena finito, angosciata da quello che deve iniziare, si appoggia a “Lei”, non si nega mai, risponde alle telefonate, accetta di incontrarla spesso, ascolta rapace le sue storie pensando di usarle per il nuovo romanzo, accetta i suoi consigli e arriva al punti di ospitarla nel suo appartamento.

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Leiostenta una personalità forte e vagamente folle a cui Delphine non si ribella e anzi si sottomette e lascia che la nuova amica prenda in mano la sua vita, fin quasi a sostituirsi a lei. La adora, ammira e la osanna, ma la domina, le mette sottosopra casa, risponde alle mail  a suo nome e prende il suo posto a un dibattito, tingendosi i capelli per assomigliarle di più. Un plagio consenziente che ha tanti punti di contatto con altri film di Polanski.
Il rapporto fra le due donne diventa sempre più torbido e rischioso, con Delphine soggiogata, sempre più impotente ad arginare l’invasione seduttiva di “Lei” che diventa crudele e aggressiva.

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Vittima e carnefice
, realtà e invenzioni, vite di donne al microscopio, passati misteriosi: il piatto è ricco in un film tutto al femminile, dove il fidanzato di Delphine, un giornalista tv di un programma culturale alla Apostrophe, viene via via emarginato in un ruolo sempre più svuotato.

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I temi cari a Polanski ci sono tutti e si capisce bene come il romanzo di Delphine (ops!) de Vigan lo abbia attratto. Le due attrici tengono la scena conservando in ogni istante una magnetica alchimia e deformano la bellezza iniziale in una mostruosità crudele che trova il suo apice nella parte finale.
La tela è strappata, la frattura dell’anima è inevitabile e se il mondo spaventa, la psiche fa ancora più paura.

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L’ossessione è materia fluida sotto l’obiettivo di Polanski e nonostante il finale non arrivi inaspettato, il piacere di una buona visione è assicurato.

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