RIFLESSI DI CINEMA

Riscopriamo Salvador Dalì e la sua ricerca dell’immortalità

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Il film di David Pujol, nelle sale per soli tre giorni, narra il geniale artista in una costante alternanza di vita e opere, di amori e incontri con i grandi della terra, in una narrazione che ripercorre la storia del secolo breve

 

SALVADOR DALI’
La ricerca dell’immortalità

dalì locandina
Regia di David Pujol
Al cinema solo il 24-25-26 settembre

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Quando decide di regalare a Gala, l’amore “folle e sublime” di una vita, il castello di Pubol, lei gli risponde: “Va bene, ma nessuno potrà entrare senza invito. Anche tu”. Dalì accetta perché questa condizione soddisfa a un tempo il suo masochismo e la sua fascinazione per un ritorno all’amore cortese. In questo aneddoto c’è tutto di lui, ci sono la sua passione, il suo gusto per l’eccesso, la sua attrazione per tutto ciò che è anticonvenzionale, ingredienti che uniti al genio lo hanno fatto diventare un simbolo dell’arte del secolo scorso. Questo film, voluto dalla Fondazione Dalì, è bellissimo e strabordante di immagini meravigliose, e ognuna imprigiona quella luce dell’eternità che l’artista ha cercato per tutta la vita.

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Sullo schermo passano luoghi, la Catalogna, Parigi, New York, dimore, opere d’arte, personaggi e episodi che raccontano il Novecento, dall’ubriacatura artistica degli Anni 30, con l’adesione al Surrealismo, passando poi per la guerra con le sue persecuzioni e tragedie per approdare alla rivoluzione della cultura di massa di cui, con il solito gusto per la provocazione Dalì diceva: “Considero la televisione, il cinema, la stampa e il giornalismo grandi mezzi moderni di abbruttimento e cretinizzazione della massa. Quindi li uso e li adoro”.

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Non credeva alla morte
, soprattutto alla sua, era curioso di tutto e lo è stato fino all’ultimo, quando ormai malato riceve la visita dei più grandi scienziati del tempo, i teorici della teoria delle catastrofi che tanto lo aveva incuriosito negli ultimi anni e con loro organizza un convegno.

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Tutto quello che ha fatto, sosteneva, lo ha fatto per dimostrare ai genitori di essere un genio: l’unico modo per giustificare la sua esistenza, dopo la morte dell’adorato primogenito, diventato per lui il fantasma di una vita. Memorabili le liti – a sfondo freudiano – con il padre amatissimo che ha ripudiato e poi cercato, note le provocazioni artistiche in dipinti dove scriveva: “mamma, ho visto il tuo ritratto e ci ho sputato sopra e sempre, comunque la ricerca di quella luce dell’immortalità”.

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Una delle case più amate è la villa a Portlligat, un paesino a pochi chilometri da Cadaqués. Costruita pezzo a pezzo, cominciando da un “buco” di 20 metri quadri e poi ampliata man mano che il successo glielo permetteva, è diventata una grande magione affacciata sul mare e circondata dagli ulivi. Dalì aveva voluto una finestra che grazie a uno specchio che rifletteva il panorama gli permetteva di essere, in quel paesino, il più a oriente di tutta la Spagna, il primo dei suoi connazionali a vedere sorgere il sole.

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A luglio 2019 cade l’anniversario dei 30 anni della morte, e questo film è un’anticipazione delle sicure celebrazioni. Realizzato dal regista assieme a a Montse Aguer Teixidor, direttrice del Museo Dalí, e Jordi Artigas, Coordinatore delle Case Museo Dalí, racconta Salvador Dalì in una costante alternanza di vita e opere, di amori e incontri con tutti i grandi della terra, in una narrazione che ripercorre la storia del secolo breve.

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Ci sono lunghe sequenze del bellissimo artista da giovane, immortalato sempre sullo sfondo del mare, pelle lucida e abbronzata, capelli nerissimi e sguardo fiammeggiante, c’è la sovrapposizione delle opere con i volti, primo fra tutti quello di Gala, la donna, l’amante, la musa, e ci sono i paesaggi per cui nutriva una particolare sensibilità. Infine il suo tentativo di tenere assieme rivoluzione e tradizione e l’indefessa energia di un uomo imbevuto di vita e proprio per questo, come diceva Hitchcock, per cui aveva disegnato indimenticabili coreografie, “Il migliore in grado di rappresentare i sogni”.

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