L’INCUBO MASCHILE DEL PARRUCCHIERE PER SIGNORA

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Anche se penso che non esistano studi specifici atti a dimostrarlo, sono ragionevolmente convinto che in poche situazioni un maschio si senta tanto a disagio quanto all’interno del salone di un parrucchiere per signora. A meno, ovviamente, che non lo sia egli stesso. Per il rimanente universo maschile, invece, quel gineceo davanti allo specchio con una mantellina sulle spalle costituisce in genere una fonte di profondo imbarazzo. A me è capitato a volte di trascorrervi qualche minuto, in veste di figlio o di marito di una delle clienti, giusto il tempo di consegnarle le chiavi di casa o di comunicarle qualcosa di urgente. Ebbene, in quel breve periodo mi sono sentito un perfetto intruso, sbirciato e squadrato, da dietro le riviste con in copertina Belen, dagli sguardi di chi valutava me per trasferire immediatamente il giudizio, positivo o negativo che fosse, su mia mamma o su mia moglie, responsabili, nel bene o nel male, rispettivamente di avermi fatto e di avermi preso.
Ma non è soltanto questa condizione di osservato speciale a far sentire fuori luogo là dentro anche il macho più incallito e impenitente. Come voi dovreste sapere meglio di chiunque altro, care lettrici nel pieno della maturità che dallo coiffeur pour dames avete stazionato complessivamente per mesi, contribuisce a intimorirci anche e soprattutto quella miscela di vulnerabilità, confidenza, coraggio e spregiudicatezza che vi spinge ad aprirvi l’una con l’altra e a rivelarvi anche i segreti più reconditi, come se lozioni, permanenti e tinture rappresentassero soltanto un pretesto per esprimere la vera essenza della solidarietà femminile. E quelle confessioni con lo shampoo negli occhi, che spesso riguardano le nostre malefatte di fidanzati, compagni e mariti, ci escludono dalla vostra intimità, noi che dal barbiere più che di governi ladri, furti arbitrali, donne e motori non sappiamo argomentare con il nostro vicino di poltrona. Ma fosse solo quello…
In realtà, le vere difficoltà cominciano quando, una volta rientrate a casa, esigete un nostro parere sulla nuova acconciatura, ancora calda di phon, che nel novanta per cento dei casi non vi soddisfa pienamente. Che si sappia, Freud non ha lasciato scritto nulla in merito, ma avrebbe dovuto pensarci, perché la signora reduce dal parrucchiere è soggetto tipico da psicoanalisi. Non importa che abbiate dato soltanto una spuntatina alla chioma o che ne abbiate rivoluzionato lunghezza e colore, né che vi siate scurite con la tinta i capelli biondi o che abbiate osato i colpi di sole su una testa corvina, né che siate entrate ricce e uscite lisce o viceversa, né che abbiate scelto la cofana Anni 60 o il taglio netto alla soldato Jane: anche la minima mutazione del crine per voi diventa inevitabilmente fonte di stress e di ansia da presentazione. E dovrebbe toccare a noi porvi rimedio, perché se alle amiche è concesso un generico “Tesoro, ma come stai beeene!”, il ruolo di un compagno di vita comporta per contratto un coinvolgimento totale.
Così, eccoci costretti ad avventurarci lungo un terreno sul quale dobbiamo saperci muovere con l’accortezza di un artificiere in un campo minato. Se affermiamo con enfasi che il nuovo taglio vi dona, ne deducete che quello precedente ci faceva schifo, ma se esprimiamo un’accondiscendenza troppo vaga, veniamo tacciati di indifferenza, “non ti eri neanche accorto che sono andata dal parrucchiere”. E qualora, per non sapere né leggere né scrivere, ma soprattutto per evitare la rissa, ce la cavassimo con un “si vede che hai eliminato le doppie punte, i tuoi capelli ora hanno un aspetto più corposo”, voi intuireste subito che ci siamo preparati a memoria la frase, il cui significato in realtà sfugge a individui che a stento saprebbero cogliere differenze di essenza tricologica tra Angela Davis e Sinead O’Connor.
Forse, a ben pensarci, è proprio l’ineluttabile confronto con il lavoro del parrucchiere per signora che ci rende così ostile la sua bottega e ci impedisce di varcarne la soglia senza provare virile turbamento. E lo dico proprio io, che là dentro in realtà sono stato di casa per parecchio tempo, non come vostro coinquilino in carne e ossa – e vi ho spiegato perché – bensì come convitato in carta e inchiostro, quando ero direttore responsabile di Novella 2000, la Bibbia di ogni salone di bellezza, il totem attorno al quale si celebra il sacro rito del gossip, lo spaccio di pettegolezzi che appena fuori da lì rinnegherete con vergogna in favore dell’ultimo saggio su Simone de Beauvoir. Già, ero io, con la mia squadra di giornalisti e di fotografi, ad alimentare ogni settimana la vostra sete di indiscrezioni piccanti, disposto, pur di non deludervi, a sfidare le ire e le querele dei Vip.
In realtà, l’unica vera conseguenza di quelle birichinate a mezzo stampa fu la perdita dell’amicizia di una regina dei pomeriggi televisivi, già più volte paparazzata in compagnia dei cavalieri più disparati (e forse disperati), spesso etichettati come toy-boy, senza che l’interessata battesse ciglio, anzi…
Ma poi osai dare in pasto alle lettrici un servizio da lei ritenuto disdicevole per la propria immagine di donna sempre in tiro malgrado l’avanzata delle primavere. La ritraeva accasciata su una sedia del suo stylist di fiducia, senza un filo di trucco e, soprattutto, con gli orrendi bigodini in testa. “Che bisogno avevi di pubblicarlo?”, mi gridò con furore nel telefonino, al colmo della sua divina incazzatura. Accampai la solita scusa della scelta editoriale, “alle lettrici piace vedervi al naturale perché capiscono che in fondo siete tali e quali a loro, cellulite compresa…” e altre facezie simili.
Ma la verità era un’altra, più profonda e personale. Quelle foto rubate oltre le vetrine appannate rappresentavano l’inconscio tentativo di liberarmi dal mio vecchio tabù, generatosi forse quando la mamma mi trascinava con sé dal suo parrucchiere, “già che ci siamo, le dispiacerebbe dare anche una sforbiciatina al bambino?”. E io mi sentivo addosso gli sguardi delle signore sotto il casco. Sbirciato e squadrato da dietro le riviste con in copertina la Lollo.

 

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