TRA MOGLIE E MARITO NON METTERE IL CARRELLO

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Vi ricordate quando Lucio Battisti cantava: “In un grande magazzino una volta al mese spingere il carrello sotto braccio a te e parlar di surgelati rincarati. Far la coda mentre sento che ti appoggi a me”? Il brano si intitolava Perché no? e celebrava come splendido atto d’amore la spesa in coppia, lui e lei al supermercato. Ma, appartenendo alla categoria degli uomini che una volta alla settimana – evidentemente i consumi medi sono aumentati da allora – accompagnano la moglie a far provviste, mi suonerebbe più spontaneo ribattezzarlo Perché sì?
Lo shopping per il fabbisogno familiare costituisce, infatti, un banco di prova micidiale anche per le unioni più collaudate, perché non esiste luogo dove le differenze tra uomo e donna risultino più marcate delle corsie di un’Esselunga, un Pam, una Coop, un discount o un centro commerciale. E, soprattutto, dove l’ex sesso debole ostenti con maggior spavalderia la propria indubbia superiorità tecnico-organizzativa.
Perché voi, care signore, che vi piaccia o meno, là dentro vi muovete da vere professioniste dell’approvvigionamento, mentre noi consorti dobbiamo accontentarci di un ruolo da semplici figuranti, di fatto ridotti a fungere da chaffeur del carrello, e senza neppure l’aiuto del navigatore: tracciare la rotta da un reparto all’altro è, infatti, di vostra indiscutibile pertinenza, visto che conoscete alla perfezione le vie più celeri tra l’angolo dell’ortofrutticolo e il bancone dei salumi, nonché la strada per raggiungere direttamente l’offerta più conveniente, prendi tre paghi due, o qualcosa del genere. Noi non abbiamo né voce in capitolo, né facoltà di scelta, anche perché , sbirciando tra gli scaffali, siamo per natura attratti soprattutto da prodotti inutili, velleitari e fuori target, tipo mandorle al peperoncino, funghi cinesi e birra mixata con tamarindo . Dunque, al massimo ci è concesso strisciare la carta di credito una volta arrivati alla cassa più veloce, scelta per altro da voi, perché noi ci ficcheremmo inevitabilmente nella fila più lenta, come accade in genere al casello dell’autostrada, dietro ad arcigne massaie che si sono accaparrate generi di prima necessità in quantità industriale, come se domani fosse il day after. Altro che lo struscio furtivo e sensuale in attesa dello scontrino accennato da Battisti…
Caricare l’auto di buste di plastica biodegradabile (e quindi destinate a lacerarsi al primo battito di ciglia, costringendoci a improbabili giochi d’equilibrio per reggere il tutto senza inondare il marciapiedi di detersivi e scatolame) è l’ultima gioia che ci resta.
Per evitare che il ripetersi periodico di questo umiliante rituale alla lunga logori il rapporto coniugale esistono, però, tre soluzioni. La prima è quella di estraniarsi mentalmente mentre la gentile consorte danza come una libellula tra pannolini e dentifrici, ovvero pensare ai fatti propri, sprofondando in una dimensione parallela, come quando la domenica ai giardinetti si passeggiava romanticamente allacciati alla fidanzata tenendo l’orecchio incollato alla radiolina a transistor che trasmetteva Tutto il calcio minuto per minuto e, mentre lei si appoggiava sognante alla nostra spalla, noi sussultavamo all’annuncio “Scusa Ameri, c’è un rigore per la Juve!“.
La seconda via di fuga, la più apprezzata dalla compagna perché la libera dall’incombenza, è, con sprezzo del pericolo, offrirsi volontario: “Cara, questa settimana vado io al super”. Ma se lei accetta – e di solito lei accetta – per noi, romantici cavalieri senza macchia, senza paura e senza tessera punti (l’abbiamo dimenticata a casa), è l’inizio di un incubo.
Perché assumere le veci della moglie nell’esercizio della spesa significa venire da lei dotati di una lista a prova di analfabeta, con tanto di marche, grandezze delle confezioni, indicazioni sui prezzi e, qualche volta, ritaglino con figura del prodotto da acquistare. E a quelle istruzioni è fondamentale attenersi scrupolosamente senza derogare mai, né osare prendere iniziative in proprio. Purtroppo, in genere l’elenco è compilato in ordine sparso e non segue una successione merceologica  – e sottolineo “logica” – per cui, non avendo in testa, come voi, la mappa olografica tridimensionale del supermercato, ci tocca saltabeccare da un corridoio all’altro, implorando in continuazione come fastidiosi questuanti l’aiuto degli inservienti, scusi dove trovo lo zucchero di canna? E comunque la vostra nota non risolve mai tutti i quesiti, ma ci pone in continuazione di fronte a dubbi tali che Amleto al confronto apparirebbe un decisionista, tipo: quando sul foglietto è indicato genericamente “detersivo per la lavatrice” si deve intendere il Dash, il Dixan o quello che costa meno? Ben sapendo che se ti assumi coraggiosamente l’onere della decisione autonoma, in base alla legge di Murphy, che qui vige ferrea, hai il 100 per 100 di non azzeccare la marca.
Del resto, tradurre le istruzioni che ci avete consegnato spedendoci in missione (“Ho scritto tutto, non puoi sbagliare”) risulta più complesso che decrittare la Stele di Rosetta. A me, per esempio, è capitato una volta di leggere a chiare lettere la parola “Ace” e di aver individuato – con soddisfazione per l’impresa – un prodotto così nominato tra l’ammoniaca e la candeggina. L’indicazione della mia signora si riferiva, però, all’omonima bevanda a base di arancia, carota e limone, che lei richiedeva per rifornirsi di vitamine in un momento in cui non si sentiva all’apice della forma. E non nascondo che di fronte ai rimbrotti per la grossolana svista (“Avevo scritto tutto, non potevi sbagliare“), la tentazione di farle comunque trangugiare l’Ace che avevo riposto nel carrello è stata notevole.
Per evitare inconvenienti di questo tipo e fugare dubbi e tormenti la soluzione immediata è il cellulare, che, però, se usato costantemente con tanto di auricolari durante la ricerca dei prodotti, ci riduce a entità bioniche controllate da remoto. Ecco allora che il tutto si risolve in una serie di chiamate a intervalli irregolari, che rischiano di far ricadere sul profilo tabellare quanto si è faticosamente risparmiato tra buoni sconto o offerte del giorno.
E poi c’è l’ultimo momento di panico: quando, arrivati alla cassa – che senza il vostro colpo d’occhio è sicuramente quella più affollata – e rileggendo la nota o rispondendo all’ennesima chiamata (“Ti sei ricordato di prendere le uova?”) ci accorgiamo che no, non ci siamo ricordati di prendere le uova, e lo scopriamo mentre la cassiera sta già passando i nostri acquisti sotto il lettore dei codici a barre, con l’entusiasmo di Maria Antonietta davanti al patibolo, pensando al culo che ha avuto l’ex collega Giusy Ferreri a trovare un’alternativa di vita. Quindi, occorre uno scatto da centometrista per raggiungere la scansia delle uova, afferrarne una confezione al volo senza prestare la minima attenzione alla data di scadenza, risalire la coda delle clienti che ti guardano come se fossi un terrorista islamico e passare le maledette uova alla cassiera stessa prima che lei ti chieda di quanti sacchetti hai bisogno, facendoti ricordare all’istante che quelli che tua moglie ti aveva preparato (per risparmiare 0,10 euro a sacchetto…) giacciono intonsi sul tavolo della cucina.
Se aggiungi che almeno una di quelle uova si disintegrerà prima di raggiungere la destinazione, non ti resta che considerare che forse avresti fatto meglio a proporre alla donna della tua vita la terza opzione tra quelle praticabili per evitare la rottura delle uova, delle buste biodegradabili, dell’armonia coniugale e di quant’altro. Ovvero dirle con aria contrita: “Amore, ti dispiace se oggi non ti accompagno a far la spesa? Avrei un paio di lavoretti qui a casa…”.
Con tanti saluti a Battisti, e pure a Mogol, ma soprattutto a quella malmustosa di una cassiera.

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