Tanto cara al regista Riccardo Milani, la terra d’Abruzzo è il luogo scelto per raccontare l’Italia attraverso i due protagonisti che ci fanno sorridere ma anche riflettere
Un mondo a parte
Regia di Riccardo Milani con Antonio Albanese, Virginia Raffaele
C’è tutta la voglia di raccontare l’Italia di oggi da una prospettiva poco frequentata nel nuovo film di Riccardo Milani, considerato dopo il successo di C’è ancora domani il “signor Cortellesi”. I sentieri che percorre per fortuna sono lontani da quelli della moglie e per fortuna non ha voluto lei come protagonista, anche se il ruolo femminile le sarebbe calzato a pennello. Molto meglio così, meglio per ora due carriere separate.
Riccardo Milani è un grande appassionato dell’Abruzzo e sia lui che la moglie Paola Cortellesi sono originari di quella regione. Ha casa nell’alto Sangro e proprio in quel territorio ha ambientato il suo film con un lavoro d’altri tempi, scegliendo, a parte i due protagonisti, attori non professionisti della zona che sui titoli di coda appaiono con i loro nomi e le loro professioni e soprattutto i bambini, tutti di Pescasseroli, sono una vera scoperta: bravi, naturali, credibili, benissimo diretti. Tutto il film è incentrato sui problemi di quelle terre.
Ma veniamo alla storia: Antonio Albanese (attore feticcio di Milani) e la versatile Virginia Raffaele interpretano Michele, un insegnante che dopo tanti, troppi anni nella “giungla” romana chiede di essere trasferito in un istituto di montagna, mentre lei è Agnese, la vicedirettrice della scuola elementare di Rupe (in realtà Opi). Michele viene assegnato a una pluriclasse, come succede nei piccoli borghi: ovvero è il maestro di una manciata di bambini di prima, terza e quinta elementare, riuniti in uno stesso locale. Il problema più grande dell’energica vicepreside è non farsi chiudere la scuola, che rischia questa sorte per il continuo calo di alunni. Oltre a questo deve però far fronte a molto altro, perché in un paesino così piccolo i “notabili” non possono mai tirarsi indietro quando qualcuno ha bisogno di una mano. All’inizio smarrito, coi mocassini ai piedi e una giacchetta che non lo protegge dal freddo, velocemente Michele si lascia plasmare dall’ambiente e combatte, come nel migliore dei mondi possibili dovremmo fare tutti, per migliorare le cose.
“La montagna lo fa” è la battuta tormentone che spiega i cambiamenti di Michele e il suo progressivo immedesimarsi nell’atmosfera del luogo e la stessa frase serve a spiegare le stravaganze e le coincidenze che man mano irrompono nella vicenda, perché Rupe non assomiglia per niente a quell’Italia di solito raccontata al cinema. C’è tanta verità nel film, dal grido d’allarme per lo spopolamento dei piccoli borghi al declino dell’agricoltura, dal calo demografico alla complessa condizione dei migranti raccontati in modo schietto e senza buonismi. C’è chi scappa dai borghi ma anche chi con tenacia vuole restare per cambiare le cose.
Michele dunque combatte al fianco della pratica Agnese per tenere aperta la scuola con mezzi leciti ma anche con la vecchia sana arte di arrangiarsi tipicamente italiana e si avvicina sempre più agli abitanti che vengono dipinti con pregi, parecchi, ma anche con altrettanti difetti e radicati pregiudizi. Si arriva sorridenti fino alla fine e si perdonano al regista la chiusa un po’ bucolica sulle verdi montagne intatte, abitate da aquile, cervi, lupi e persino un’orsa marsicana con cuccioli al seguito. Lo perdoniamo perché a Milani quella terra piace davvero e lo si vede in un film che trasmette passione e autenticità.
Qualche anno fa Paola Cortellesi e Riccardo Milani avevano introdotto la Guida di Repubblica ai sapori e ai piaceri dell’Abruzzo. Leggete cosa avevano raccontato in quella occasione:
“La salsiccia di fegato, che la mia bisnonna Concetta ci faceva recapitare ogni anno, è stata protagonista indiscussa della mia alimentazione nell’infanzia. Pressoché sconosciuta ai bimbi romani e dunque guardata con sospetto dai miei compagni di scuola, ha fatto sì che risultassi magicamente invisibile ai ladri di merendine. Mentre raccoglievo ciliegie dall’albero, Concetta dava il cibo agli animali, spennava un pollo, cucinava piatti molto calorici, puliva i due piani della casa, rifaceva i letti. Una sera l’ho vista salire in piedi su un tavolo, sollevare un prosciutto dal gancio nel soffitto e, prosciutto stretto in mano, volare giù con un balzello. Aveva 84 anni. Nel corso dell’infanzia ho maturato l’idea che tutto ciò che proveniva dall’Abruzzo avesse in sé qualcosa di speciale. Oggi a molti anni di distanza, posso con certezza affermare che no, non mi sbagliavo”.
E Riccardo Milani non è da meno: “Abbiamo casa sull’Alto Sangro, fiume ricco di trote Fario e dell’ormai rarissimo gambero di fiume, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, con i deliziosi centri di Barrea, Civitella Alfedena, Villetta Barrea, Opi e Pescasseroli, cuore pulsante del turismo montano della zona e capoluogo del Parco. So che di tanto in tanto, a volte aspettando molte ore nascosto e mimetizzato, a volte tornando dalla spesa, incontrerò un cervo sulla strada, o vedrò un branco di lupi in movimento sulla piana di Opi, o un camoscio che gironzola intorno a Civitella Alfedena, o un orso marsicano che passeggia pacifico a pochi metri da casa”.
Quello di Milani è un rapporto intimo con la regione. “Io qui sento e vivo le stagioni che si rincorrono. Sento l’odore dell’estate, l’odore dell’autunno, l’odore della primavera e l’odore dell’inverno. Vedo il paesaggio cambiare e gli animali e le piante modificare il loro aspetto e il loro comportamento. Ogni tanto mi fermo a guardarlo il mio Abruzzo, e voglio vederlo con prospettive aperte alle cose migliori e con l’ottimismo della ragione che negli anni ho maturato grazie alle trasformazioni e alla modernità con cui le nuove generazioni di abruzzesi vivono il loro tempo. Un tempo fatto anche di grandi difficoltà e di prove durissime, ma vissuto con lo spirito di chi non tradisce la propria storia e sa guardare avanti in sintonia con il territorio in cui vive. Il turismo naturalistico, ormai consolidato, porta ricchezza e futuro. L’Abruzzo è forte e gentile. È così. Lo è sempre stato e lo sarà sempre. Forza e gentilezza le vedi e le senti. Nella terra, nelle montagne, nelle faggete vetuste patrimonio dell’Unesco, nel mare, nei trabocchi, nella preziosa e rara fauna selvatica (un miracolo a centocinquanta chilometri da città di milioni di abitanti). E lo vedi nella sua gente, nelle sue facce, negli usi e nei costumi. In un’accoglienza che non concede nulla ai formalismi e alla cortesia forzata che l’approccio turistico spesso impone. La gentilezza abruzzese, quando te la conquisti con l’educazione e il rispetto, non ti abbandona più”.
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