INTERVISTE

Luca Vullo: italiane, voi potete dirlo con un gesto

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L'autore e regista siciliano valorizza quello che era ritenuto un nostro vizio congenito: la capacità di esprimere sentimenti e stati d'animo senza le parole

 

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Luca Vullo è un autore, regista, produttore, performer e globetrotter italiano che a un certo punto della sua vita ha deciso di trasferirsi a Londra, per far decollare la sua carriera. Ha realizzato documentari d’impatto socio-antropologico, tra cui “La Voce del Corpo” (The Voice of the Body), un docufilm sulla gestualità italiana che ha ricevuto una calorosa ed entusiasta accoglienza a livello internazionale e che ha portato Luca in prestigiose Università e scuole in diverse parti del mondo in qualità di esperto di comunicazione non verbale, a tenere workshop e masterclass sulla gestualità italiana.

Dalla Sicilia a Londra: cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia e a decidere di svolgere la tua professione in Inghilterra?
Ho deciso di lasciare l’Italia quando mi sono reso conto che gli enormi sforzi, fisici ed economici, fatti nella mia professione come regista documentarista, non sarebbero serviti a farmi sopravvivere, principalmente perché non venivo pagato. Ancora oggi aspetto soldi di prestazioni fatturate in Italia nel 2010.
Londra è stata invece una casualità, dovuta all’incontro con una ragazza, determinante nella mia carriera.

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Perché hai deciso di dedicarti alla cinematografia documentaristica invece che alla fiction?
Non è stata una scelta fatta a tavolino, ma un percorso naturale.
Avevo sperimentato dei cortometraggi con degli amici e l’idea di fare fiction mi piaceva, ma quando ho iniziato il primo lavoro indipendente ho sentito la necessità di raccontare le esperienze e la realtà in cui sono cresciuto, per me assolutamente normali, ma assurde per altri popoli e culture. Da questa esigenza e nato un documentario, “Comu vene si cunta“ che letteralmente vuol dire “come viene si racconta” che rispecchia la filosofia di vista della Sicilia e del Sud Italia in generale, dove l’arte di arrangiarsi, di vivere alla giornata e l’inventarsi un mestiere sono le basi della sopravvivenza.
Il successo e la stima ottenuta nel mio paese hanno alimentato il mio percorso, che a questo punto, credo non abbandonerò mai. Nel documentario c’è l’arte della comunicazione, dell’ informazione e della ricerca personale che non c’è nella fiction. Il documentario è un esperienza che vivi personalmente e poi trasmetti tramite il film.

L’Inghilterra è una terra che accoglie o travolge?
Entrambe le cose. Non è un posto facile, è una giungla che può macinare e travolgere in pochissimo tempo, se non sei preparato psicologicamente e strategicamente. Dipende da come si affronta.
Riguardo la mia esperienza personale, Londra mi ha offerto quello che in Italia sembrava impossibile e in un arco di tempo molto più breve. I risultati che ho ottenuto, se comparati con la realtà italiana, sono stati immediati ed enormi.
Qui puoi sentire davvero il senso di libertà che ti dà il poter essere te stesso, senza il peso del giudizio e senza la cappa sociale che distrugge il nostro Paese. La possibilità di raggiungere un traguardo grazie alle tue capacità è reale e tangibile.
C’è un sistema che garantisce più possibilità che da noi…anche se la Brexit sta mettendo in discussione tutti i vantaggi che ci sono stati fino ad ora.

La cultura italiana come viene accolta all’estero?
C’è sempre un amore quasi incondizionato per l’ Italia e il suo popolo.
L’italiano è ancora la quarta lingua più studiata nel mondo, la nostra nazione è sempre la meta turistica più ambita. E la nostra cucina la più apprezzata. Noi italiani siamo visti come personaggi particolari, lasciamo il segno nel bene e nel male e siamo considerati come dei “ prezzemolini” perché siamo un po’ dappertutto.

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Alla gestualità siciliana, tu hai dedicato “La voce del corpo”, il tuo primo lungometraggio e l’hai fatta diventare una materia di studio che ora insegni nelle università di tutto il mondo. Da dove è nata l’esigenza di parlarne e di promuovere il concetto della comunicazione non verbale?
La gestualità è un aspetto affascinante della nostra cultura, che è stato raccontato e spiegato poco. Di solito gli viene data una lettura troppo superficiale, legata allo stereotipo dell’italiano e della sua esuberanza nel modo di parlare e di agire.
L’idea mi è venuta pensando alla mia gestualità, perché mi hanno sempre detto che sono molto teatrale e che parlo tantissimo con le mani.
Poi è uscito un bando regionale per promuovere la Sicilia con un tema originale e quando si parla di Sicilia, nel mondo il primo film che viene in mente ancora oggi è “ Il Padrino”. Avevo il desiderio di slegare la mia terra da quest’ unica tematica, volevo promuovere la mia regione in modo positivo, valorizzare i suoi bellissimi aspetti , creare un vademecum per i turisti che potesse spiegare perché siamo così gesticolanti e aiutarli a decifrare il nostro linguaggio non verbale. Così è nato “La voce del corpo” , un docufiction , cioè un documentario mischiato alla finzione, interamente girato in Sicilia, con attori siciliani, musiche scritte da compositori siciliani e interviste realizzate per strada in diverse località della regione. Con La Voce del Corpo ho voluto spiegare le motivazioni storiche del linguaggio non verbale siciliano, dovute all’ influenza di tanti popoli e culture diverse. Terra di passaggio, circondata dal mare e soggetta allo sbarco di stranieri, la Sicilia è stata la porta d’accesso per tante contaminazioni e la gestualità è la dimostrazione pratica della necessità di dover comunicare con tanti popoli diversi che parlavano lingue diverse. Ritengo che il 50% della comunicazione sia non verbale, quindi se uno straniero omette di conoscere il nostro modo di comunicare con i gesti, perde metà del significato di una conversazione. Con la Voce del Corpo, ho dato gli strumenti per decifrare questa “lingua” e capirne le origini storiche e culturali e questo ha fatto sì che avesse un grande successo più all’estero che in Italia. La comunicazione non verbale ha basi storiche e ci sono moltissimi studi a riguardo, perciò mi è sembrata un’idea intelligente parlare di un argomento così poco conosciuto a livello storico e scientifico, ma così importante per comprendere i siciliani e più in generale gli italiani.

Qual è la cosa che colpisce di più gli allievi che assistono alle tue lezioni?
La molteplicità dei significati dei gesti. Normalmente si pensa che la nostra gestualità sia un movimento di accompagnamento della conversazione e nei corsi spiego che non è così. In altre culture il movimento c’è ma è scoordinato e nervoso. Noi italiani gesticoliamo in modo linguistico. Usiamo 250 gesti quotidianamente, lo confermano studi condotti all’università Roma Tre. Ognuno preso singolarmente ha un significato preciso anche senza la parola e può avere diverse modalità di utilizzo. Solo la nostra gestualità ha questa caratteristica e gli allievi sono inizialmente spaventati da questo aspetto.

Qual è il gesto che piace di più all’estero?
Il bacio piace molto per la sua poeticità. Le corna fanno ridere.
Ma più che un gesto preso singolarmente, quello che piace e che meraviglia allo stesso tempo è il fatto che spesso un solo gesto si traduce con una frase lunga è articolata. Ad esempio il gesto degli spaghetti: due dita e una particolare espressione facciale abbinata, può significare un invito a un amico a mangiare insieme un piatto di spaghetti.
In genere gli allievi stranieri rimangono sbalorditi da questa molteplicità di significati di un unico gesto.

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In cosa si differenziano le reazioni dei tuoi allievi di diverse nazionalità?
In Germania e America ho trovato il pubblico più entusiasta e coinvolto.
I tedeschi mi hanno dato molte soddisfazioni, tanto che sono tornato diverse volte, anche negli stessi posti. Amano l’Italia e hanno dimostrato di vivere la nostra diversità culturale e la fisicità del nostro modo di fare, come una cosa bellissima e da cui imparare per liberare le emozioni.
Inauguro tutti i miei workshop abbracciando e baciando i partecipanti, per rompere immediatamente le barriere, fregandomene e infrangendo il tabù culturale del contatto fisico tipico del nord Europa. Alla fine dell’evento i partecipanti si mettono in coda per ringraziarmi personalmente, chiedendomi in italiano di potermi abbracciare. Sono anche stato travolto da una folla di bambini “abbraccianti ” alla fine della lezione: in queste occasioni mi sento di aver vinto e di aver fatto bene il mio lavoro.
Gli inglesi invece sono molto diversi. Dimostrano grande curiosità e interesse, ma sono sempre bloccati e non riescono a lasciarsi andare più di tanto. Hanno molta voglia di imparare e sono consapevoli dei loro limiti, ma con loro, e con i popoli scandinavi, c’è ancora molto da fare.

Quanta grammatica gestuale abbiamo in Italia rispetto ai paesi anglosassoni?
Tantissima! Mi piacerebbe realizzare un glossario gestuale italiano.
Non abbiamo una lingua dei segni, a differenza della Lingua dei segni italiana ( LIS ) utilizzata dai sordo muti. La nostra gestualità è più una grammatica di concetti, in cui non si rappresentano singole lettere.
Mentre parliamo mostriamo continuamente le nostre emozioni, non riusciamo a celarle. A parte le persone che devono mascherare per lavoro, come gli avvocati o gli attori, si capisce sempre tutto quello che proviamo, lo esprimiamo anche con gesti ed espressioni diverse. Gli inglesi invece lavorano quotidianamente per non mostrare le emozioni, che sono motivo di destabilizzazione e di debolezza. Ecco perché non esprimono i concetti con i gesti ed è molto difficile capire quello che provano mentre parlano.

INFLUX è il tuo ultimo lungometraggio. Di cosa parla e perché hai sentito la necessità di realizzarlo?
E’ un progetto indipendente, un documentario che analizza la comunità italiana a Londra.
Sono sempre stato affascinato dal tema dell’emigrazione e non è il primo lavoro che faccio a tal proposito. In Dallo zolfo al carbone ho raccontato la migrazione dei contadini italiani in Belgio, che in seguito al patto Italo-Belga del 1946 sono andati a lavorare nelle miniere di carbone.
Trasferendomi a Londra mi sono reso conto che la comunità italiana è enorme e in continua evoluzione. Mi sono ritrovato a far parte di un momento storico del nostro Paese, in cui Londra è la nostra meta più ambita a livello mondiale
Ho sentito l’ esigenza di “osservarci” e di analizzare questo fenomeno, per capire cosa sta succedendo all’Italia e chi siamo noi come popolazione in questa realtà.

Pensi che INFLUX possa assumere altri significati con BREXIT?
Sicuramente si. Influx è l’inizio di un percorso di analisi generale dell’ emigrazione contemporanea, che è partito da Londra ma che parla degli italiani e che quindi si potrebbe realizzare ovunque ci sia un fenomeno di questo tipo. L’ argomento ha un sapore diverso alla luce di Brexit. Prima ci si spostava per le possibilità che l’Inghilterra offriva, ora le cose cambieranno , l’Inghilterra non sarà più vista come l’ eldorado d’Europa. Influx potrebbe diventare un film anche per gli inglesi, evidenziando che molti decideranno di andarsene proprio perché verranno a mancare i vantaggi che li avevano mossi a lasciare il loro paese d’origine, con conseguenze negative anche per gli inglesi stessi. Molti, comprese aziende, lo stanno già facendo

Quanto è ancora valido trasferirsi in Inghilterra per dare una svolta alla propria carriera professionale?
Sono uno di quelli che incoraggia questo tipo di esperienza perché arricchisce, è un incontro internazionale che aiuta ad aprire la mente. Ancora adesso l’Inghilterra offre opportunità che l’Italia non ha mai offerto. Qui esiste la reale possibilità di cambiare vita, di metterti in gioco e di vincere una partita con le tue potenzialità.

Che consigli ti senti di dare a chi vuole dare una svolta professionale alla propria vita trasferendosi all’estero?
Non partire allo sbaraglio ma con una strategia, preparandosi bene mentalmente e psicologicamente. Quando ci si trasferisce all’estero si va ad affrontare una giungla difficile perché sconosciuta, quindi prima di tutto bisogna documentarsi ogni mezzo, altrimenti verremo schiacciati dal sistema, invece che trarne vantaggio.
Bisogna avere le idee chiare, un progetto, essere consapevoli delle proprie caratteristiche, positive e negative. Se saremo coscienti di quello che siamo, che possiamo prendere e dare alle altre culture, saremo pronti ad affrontare questa sfida.

Foto di: Serena Marinelli

Info e contatti:

http://www.lucavullo.com/
http://www.influxlondon.com/
http://www.ondemotive.net/
http://www.lavocedelcorpo.com/

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