Capita spesso che una vittima della violenza maschile ci ricaschi con un nuovo compagno dagli stessi comportamenti aggressivi. In lei si verifica la “coazione a ripetere”, ovvero una spinta inconscia e passiva che la porta a riprodurre situazioni spiacevoli vissute in passato. Per uscire da tale spirale deve innanzitutto ritrovare autostima e fiducia in se stessa
Perché tante donne che hanno subito violenza da un uomo spesso si innamorano di nuovo di uomini altrettanto violenti? Qual è il meccanismo che le porta a ripetere l’errore?
Giovanna – Rieti
Capita spesso che le cronache riportino episodi di violenza nei confronti di donne che già in passato avevano subito maltrattamenti analoghi, da parte dello stesso o di altri uomini. E allora viene spontaneo chiedersi perché, nonostante le brutte esperienze vissute, ci siano “ricascate”. Risulta, infatti, difficile, se non impossibile, capire quale sia la ragione che impedisce a una “vittima” di lasciare il suo “carnefice” o che la conduce a legarsi a un altro “carnefice” anche dopo essere riuscita a liberarsi del primo. Perché sarebbe più ovvio e logico basarsi sul concetto di “istinto di sopravvivenza”, ovvero l’impulso naturale per il quale ogni essere vivente tende a voler sopravvivere e che, appunto istintivamente dovrebbe allontanarlo da ciò che l’esperienza gli ha dimostrato essere pericoloso.
In questi casi, che sono purtroppo abbastanza frequenti, dobbiamo innanzitutto riferirci a quella che Freud chiama “coazione a ripetere” e che consiste in una spinta di origine inconscia che una persona, in questo caso la donna vittima della violenza, subisce passivamente e che la porta a riprodurre nel presente situazioni spiacevoli vissute nel passato, soprattutto nella sua infanzia. E in più non dobbiamo mai perdere di vista la complessità delle relazioni.
Un rapporto d’amore tra due persone è attraversato da molti sentimenti, spesso anche contrastanti che si alternano e coesistono. Dunque, perfino un episodio di violenza, anche reiterato, è in realtà solo uno degli aspetti della vita di quella coppia, che comprende anche i momenti e i gesti di affetto che spesso l’uomo violento mette in atto appena dopo l’atto di violenza. Si tratta di gesti che potremmo definire “riparatori” e che vanno a innestarsi su un bisogno profondo della vittima: quello di essere amata. E così succede che il piacere provocato dalla soddisfazione di quel bisogno prenda il sopravvento sul dolore e la relazione può proseguire, o ricominciare, anche perché proprio il gesto “riparatore” ha fatto crescere l’autostima della vittima. Ma si tratta di un processo perverso. Infatti, la donna che subisce violenza in genere ha un profondo problema con la propria autostima, che durante i maltrattamenti subisce continui colpi, come un pugile sottoposto ai pugni del suo avversario. Ma per lei il k.o. non arriva mai perché, quando sta per crollare, si sente risollevata nel momento in cui riceve dal suo “avversario” anche un semplice gesto di tenerezza o, a maggior ragione, quando l’uomo, magari spinto dal suo senso di colpa, la fa sentire improvvisamente al centro del mondo.
Invece è importante che la donna si sottragga a questo circolo vizioso e cerchi di lavorare sul recupero della fiducia in se stessa. Che non è un percorso facile perché la fiducia in sé si forma già nella prima infanzia e, come scrive Michela Marzano nel suo saggio Sii bella e stai zitta, “ Per ritrovare fiducia in se stessa, la donna non può semplicemente ‘deciderlo o imporselo’. Deve pian piano imparare a non dipendere dallo sguardo dell’uomo; a non sentirsi bella solo quando un uomo glielo dice; a non sentirsi brava solo quando il capufficio o il professore lo approva. E’ un percorso lungo e faticoso che comincia durante l’infanzia e continua nell’adolescenza”.
Resta però anche da chiedersi perché donne che a fatica sono uscite da una situazione del genere, ci ricascano? Evidentemente le loro scelte successive alla loro prima “liberazione” sono state determinate dagli stessi meccanismi che le avevano portate nella situazione dalla quale pensavano di essersi liberate: hanno individuato in un uomo qualcosa che le ha affascinate, che le ha sedotte, che ha ricordato loro inconsciamente qualcosa che percepiscono come positivo senza riuscire a vedere il negativo.
Da questa situazione si può uscire con un lavoro che parte dalla presa di coscienza del problema e arriva alla richiesta d’aiuto. Purtroppo succede spesso che questa consapevolezza della situazione e della necessità di un supporto emerga e si manifesti pienamente soItanto dopo un episodio particolarmente tragico. Invece, occorre sensibilizzare le donne maltrattate a riferire tutto ciò che subiscono prima che sia troppo tardi: l’associazione Senza Veli sulla Lingua della quale faccio parte ha proprio come obiettivo quello di stimolarle, anche attraverso il mio lavoro di counselor, a raccontare ciò che stanno vivendo per aiutarle a uscire dal loro dramma quotidiano. Ed è un’opportunità che può salvarle.
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