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Iva si racconta in un libro: Sono nata in una stalla come Gesù

E’ uno dei tanti gustosi aneddoti che la Zanicchi racconta nella sua autobiografia “Nata di luna buona”, ricca di episodi di vita e carriera. Così si scopre qual è stata la vittoria a Sanremo che l’ha fatta piangere e la canzone che non avrebbe mai voluto cantare…

 

Intervistare Iva Zanicchi è davvero un piacere! Starei ad ascoltarla per ore, e di cose da raccontare ne ha davvero tante! Molte le ha raccolte nel libro autobiografico uscito da poco per Rizzoli, intitolato Nata di luna buona. Ed è proprio in occasione della presentazione milanese del libro che ho incontrato Iva e realizzato questa intervista.

Nata di luna buona è stato pubblicato da pochissimo e sta andando alla grande. In questo libro c’è un po’ tutta la storia della tua carriera, ma ci sono anche molti aneddoti legati alla tua vita e alla tua terra. Da dove nasce questo il titolo?
E’ una frase del mio bisnonno Lorenzo: ero la terzogenita e mio papà voleva assolutamente un maschio! E così quando nacqui era talmente arrabbiato che non mi volle vedere per tre giorni. Sono nata in una stalla, nevicava e l’ostetrica si era rifiutata di venire ad aiutare mia mamma Elsa: lei era nella stalla per mungere una mucca che le era stata prestata da sua cugina e io sono nata proprio lì. La mamma mi avvolse nel foulard e mi depose in una mangiatoia… Proprio come qualcuno molto più importante di me!  La mamma era veramente disperata perché ero femmina e pure bruttina, ma il bisnonno Lorenzo, malgrado tutti i suoi acciacchi, venne a trovarci, mi guardò e disse: “Dai Elsa, non è poi così bruttina, oltretutto è nata di giovedì e di luna buona“

Partiamo proprio da Ligonchio, un paesino talmente piccolo che quasi non si trova sulle cartine dell’Appennino tosco-emiliano, ma che, da quanto si legge nel tuo libro, ha segnato in modo importante  la tua vita e la tua carriera…
Il mio paesino è ancora più piccolo di Ligonchio! Si chiama Vaglie e d’inverno non c’è nessuno, praticamente lo “chiudono” e  lo riaprono a primavera inoltrata quando fioriscono i gerani sui balconi. Pensa che quando sono nata io non c’era manco la strada. Ma c’era la chiesa, con un prete bellissimo, messo “in castigo” in quel posto lontano da tutto e da tutti perché andava con le donne. I vagliesi, proprio per quella sorta di isolamento in cui vivevano, avevano imparato ad autogestirsi: organizzavano i matrimoni, c’era l’ostetrica per far nascere i bambini, e non mancava nulla di utile per il paese. C’era poi questa cosa, che il bel prete aveva inculcato a tutti, che alla morte avrebbero dovuto lasciare tutto a lui, perché altrimenti sarebbero finiti all’inferno. E a questa storia si lega in qualche modo la mia scelta di candidarmi al parlamento europeo… Leggetela nel libro!

Si avvicina il 70° Festival di Sanremo e, dopo tanti anni sei ancora l’unica donna ad averlo vinto per ben tre volte. Qual è il ricordo più bello e quello più amaro delle tue esperienze in Riviera?
Il ricordo più bello è certamente legato a Zingara, perché ero in coppia con Bobby Solo. Eravamo molto amici, eravamo giovani ed è stata una vittoria bellissima, quasi preannunciata. La prima volta che l’abbiamo cantata al Casinò di Sanremo abbiamo visto anche gli altri cantanti in gara applaudire (o risicare) e mi sono detta “E’ fatta! Magari nn vinceremo, ma in finale  ci andremo di sicuro!” E’ stata una vittoria stupenda e un successo discografico e popolare grandissimo. La vittoria più brutta invece è stata  quella del 1967 con Non pensare a me in coppia con Claudio Villa. Una bellissima canzone italiana, ma purtroppo la vittoria è coincisa con la morte di Tenco, che è stata devastante per me. Io vengo da un paese. Quando muore qualcuno tutti sono in lutto quindi per me era inconcepibile continuare a cantare con questo povero ragazzo morto. Hanno deciso di proseguire, non hanno fermato neanche un giorno, e questo per me è stato terribile. Quando abbiamo vinto non ce la facevo a festeggiare, ho pianto come un vitello per tutto il tempo, lasciando credere a tutti che piangevo di felicità, ma in realtà mi sentivo indegna. E’ stato orribile. Un altro  brutto ricordo è legato anche al mio ultimo Sanremo, nel 2009. Benigni massacrò il testo della mia Ti voglio senza amore, facendomi passare per una donna di strada e mettendo in mezzo Berlusconi. Una “tirata” offensiva, vergognosa, organizzata. Mi telefonò una settimana dopo, chiedendo scusa a me e alla mia famiglia: l’ho perdonato, ma il ricordo di quel Festival è rovinato per sempre.

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Nel tuo libro, rispetto alla storia della tua carriera, ci sono un paio di “lacune”: una è legata ad una serie di album tematici che tu hai inciso negli Anni 70, che personalmente amo molto e che precorrevano i tempi…
Me ne sono resa conto a libro finito, perché ho voluto raccontare questa storia in modo non certo trionfalistico, e quindi non ho parlato di questi dischi che, pur non avendo ottenuto grande successo, erano album molto importanti. Per esempio Shalom è stata una ricerca molto approfondita: canti antichi e moderni del popolo ebraico. Poi un altro album ispirato a Garcia Lorca, e non dimentichiamo il long playing scritto da Teodorakis, da cui è tratto  uno dei miei più grandi successi, Un fiume amaro.  Sempre in quel periodo, io incisi per prima l’album con le versioni italiane delle canzoni di Aznavour, d’accordo con lui che le sue interpretazioni in italiano sarebbero uscite sei mesi dopo. Invece per i soliti dispetti tra editori, il mio disco ritardò, e il suo venne anticipato, quindi ha ammazzato le vendite del mio!

Di questi album, e in particolare di quello di Aznavour, non canta quasi mai nulla dal vivo: come mai?
Fondamentalmente perchè sono una gran pigra! E’ vero, ci sono tutte quelle canzoni irrinunciabili, i grandi successi di vendita, ma mi impongo per il prossimo anno, se Dio vorrà, di riportare in scena il mio spettacolo Una vita da Zingara, dilatandolo un po’ e con qualche modifica. Magari inserendo una coppia di ballerini e almeno una canzone per ognuno di questi album “dimenticati”. Pensa che ogni tanto mi chiama Tony Renis e mi sgrida perché mi ha scritto un pezzo stupendo, Nonostante lei, con testo di Alberto Testa, e io non lo canto mai.

Poi c’è stata la lunga parentesi televisiva, culminata con Ok, il prezzo è giusto. Ricordi il momento in cui è iniziata questa nuova carriera?
Tutto è cominciato con Johnny Dorelli che doveva riempire un “vuoto” in una puntata di Premiatissima e mi disse “Iva, dai… racconta qualcosa tu” e io feci un monologo che piacque molto. Poi mi chiamò Silvio Berlusconi a casa sua per propormi un programma. Io ero molto scettica, ma lui mi affascinò cantando e suonando  La vie en rose al pianoforte, così alla fine firmai il contratto praticamente senza leggerlo!  Con OK il prezzo è giusto invece, all’inizio doveva essere una cosa di qualche mese. Mi dissero: “Dai, prova… 3 o 4 mesi. Registri un po’ di puntate, le mandiamo in onda per 6 mesi e poi, se non va, torni a fare il tuo lavoro.” Questi 6 mesi sono diventati  14 anni. E’ vero però che nel frattempo non ho mai smesso di cantare. Facevo le mie tournée, le serate, ma il format di OK il prezzo è giusto era talmente forte che faceva un po’ dimenticare tutto il resto. È stato un grande successo che mi ha portata nelle famiglie, a contatto con la gente. Ancora oggi vedo delle ragazze e dei ragazzi sulla trentina che mi salutano gridando “100! 100! 100!”… una cosa che a me fa sempre molto piacere.

Iva zanicchi 1

Iva cantante, Iva conduttrice televisiva e siamo già al terzo libro di Iva scrittrice. Come nasce questa voglia di scrivere?
In realtà io ho sempre scritto. Per me è un modo per ricordare, per focalizzare alcuni momenti. Per anni ho tenuto dei diari, dei ricordi di viaggio, come quando andavo in tournèe in Australia, in Giappone, in luoghi lontani o affascinanti. Per me scrivere a volte è anche sofferenza ma è certamente liberatorio. Soprattutto in questo libro, in cui ho raccontato e rivissuto la mia infanzia, la mia terra, il rapporto con i genitori e con i nonni. E’ sicuramente una cosa che voglio continuare a fare!

Apriamo invece la finestra sul futuro: gira voce che stia preparando qualcosa di nuovo…
L’intenzione, l’interesse e la volontà ci sono. Un brano è già inciso, manca solo un featuring di Jay-Ax, che è sempre impegnatissimo e non è ancora riuscito a finire, ma dovrebbe essere pronto a breve. E’ un brano molto particolare, prodotto da Lorenzo Suraci che spero  lo faccia sentire in radio e che vada bene. E poi preparerò l’album.

Chiudiamo con una domanda “secca”: in tutti questi anni di carriera, qual è la canzone che avresti tanto voluto cantare e che non ti hanno proposto e qual è invece quella che hai inciso, ma che potendo avresti evitato…
Mah.. ce ne sono tante che mi sarebbe piaciuto fossero “mie”. Mi vengono in mente La voce del silenzio e L’immensità. Invece, una delle canzoni che ho cantato e che mi è sempre piaciuta poco è La felicità. Una marcetta del 1968 che mi fecero pubblicare in un periodo in cui avrei proprio voluto fare altro!

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