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Una fiaba che è anche un romanzo di formazione, raccontata con tanta delicatezza: una storia da guardare

Un film delicato, dove lo sguardo sul mondo dell’infanzia non è mai sdolcinato, né superficiale ma si sviluppa in un lieve percorso impervio fra dolore e consapevolezza, fra attaccamento al passato e voglia di affrontare il futuro

PETITE MAMAN
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un film di Céline Sciamma
con Joséphine Sanz, Gabrielle Sanz, Nina Meurisse, Stéphane Varupenne, Margot Abascal

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Céline Sciamma mi aveva incantato con Ritratto della giovane in fiamme. Aspettavo con ansia il nuovo film. Che non è male, ma certo non ha la struggente bellezza del precedente. Siamo di fronte a una fiaba che è anche un romanzo di formazione, tanta delicatezza, ma poche sorprese. Ecco, forse il mio dubbio sul film è proprio sul versante suspense. Il grimaldello che spiega quello che nel film succede è davvero da dilettanti o sono io troppo avvezza ai gialli ? No, no, anzi sono persino un po’ tonta di fronte agli intrighi, è che in Petite maman tutto è troppo semplice da decifrare. La regista aveva in mente un pubblico di giovanissimi? Be’, sono di sicuro più sgamati di me, ma forse nelle intenzione di Sciamma non c’è nessun mistero da decifrare ma solo una storia da guardare.

Comunque, passiamo alla vicenda. Marion e la figlia Nelly, con grande tristezza si consolano a vicenda dopo la morte della madre/nonna ed è la bambina fra le due quella più assennata, più forte. Non a caso, quando assieme al marito/padre vanno a svuotare la casa della nonna, in un bosco che sembra quello di Cappuccetto rosso, Marion non regge l’emozione e se ne va. La piccola Nelly resta sola col padre, brav’uomo ma figura del tutto inconsistente, perché nel cinema di Céline Sciamma lo sguardo esalta soprattutto, anzi solo i personaggi femminili.

Fra scatole piene di vecchi oggetti e mobili che trasudano ricordi, il tempo scorre, rivelando tranche di passato. Cosa tenere? Cosa buttare? La bambina di quando in quando si rifugia nel bosco ed è lì che incontra una bimba della sua età, che si chiama Marion. Fra favola e sogno il rapporto fra le due bimbe prende una svolta imprevista.

Le due ragazzine sono lo specchio l’una dell’altra (nella realtà si tratta di due sorelle) e la regista le dirige con immenso pudore: loro sono bravissime. Lo sguardo sul mondo dell’infanzia non è mai sdolcinato, né superficiale in un lieve percorso impervio fra dolore e consapevolezza, fra attaccamento al passato e voglia di affrontare il futuro lasciandosi alle spalle le tristezze, senza mai dimenticarle perché sono parte non solo del nostro cuore ma anche della nostra carne.

 

 

 

 

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