Quando tutto deve essere perfetto, finisci per occuparti di tutto. E perdi ciò che conta davvero: scegliere, guidare, dare direzione
Fare bene non basta mai. Allora rivedi, controlli, anticipi. Ti assicuri che tutto sia a posto, che nulla sfugga, che il livello resti alto. Spesso è anche il modo per non lasciare spazio a dubbi: sulla tua competenza, sul tuo ruolo, su quanto vali davvero. E funziona. Nel lavoro come nella vita. Per molte donne, questo passaggio non è casuale. È il modo in cui nel tempo si sono costruite credibilità e spazio. È quella spinta a voler fare tutto bene. A esserci sempre, a sistemare, a intervenire prima ancora che qualcosa accada. Per non lasciare spazio a errori, rallentamenti, imprecisioni. E più aumentano le responsabilità, più questa modalità sembra necessaria. Quasi inevitabile.
Quando perdi di vista ciò che conta davvero
Poi, a un certo punto, qualcosa cambia. Le giornate si riempiono, fino a diventare sature. Le decisioni si accumulano. Le energie si disperdono tra mille cose. E ciò che prima ti ha portata fin lì inizia a occupare sempre più spazio. Così, senza accorgertene, ti ritrovi a occuparti di tutto, tranne di ciò che conta davvero. E, piano piano, anche a perdere il sorriso.
Quando il fare bene diventa fare tutto
Nel lavoro si vede chiaramente, soprattutto quando crescono responsabilità e visibilità. Riunioni una dopo l’altra. Messaggi continui. Persone che chiedono conferme, allineamenti, decisioni. Molte cose passano da te. Succede spesso quando il perfezionismo è stato, nel tempo, una leva. Per fare bene, e allo stesso tempo essere riconosciuta. Per dimostrare di essere all’altezza, di sapere, di reggere, di non sbagliare. Ed è qui che la leadership femminile entra davvero in gioco.Per molte donne, costruire autorevolezza ha significato passare da lì. Da uno standard alto, costante, difficilmente discutibile. Da una presenza che garantisce che tutto funzioni. E ha funzionato.
Il controllo riduce lo spazio
Sempre più cose dipendono da te. Il modello che si è costruito porta naturalmente lì. Ma nel tempo emerge anche un effetto meno visibile. Ti tiene dentro al fare, nell’esecuzione, in tutto ciò che deve funzionare. E lascia meno spazio per altro: per scegliere, orientare, decidere dove andare. Intanto, le giornate si frammentano. Le decisioni si distribuiscono su mille micro-scelte. L’attenzione si sposta dai passaggi che orientano davvero, a quelli che mantengono tutto sotto controllo. E senza accorgertene, ti ritrovi dentro a un flusso continuo in cui sei ovunque, ma sempre meno nel punto in cui si decide davvero.
Tra lavoro e vita, lo stesso meccanismo
Questa modalità non resta confinata al lavoro. Entra nella gestione quotidiana, nelle relazioni, negli spazi personali. Organizzare, prevedere, evitare che qualcosa sfugga. Tenere insieme, spesso in modo invisibile, ciò che per gli altri resta sullo sfondo. Funziona. Richiede però presenza continua e lascia poco margine per fermarsi, scegliere, ridefinire. Anche qui, tutto scorre. Ma non sempre nella direzione in cui vorresti andare. Lo stesso schema si ripete: fare bene, fare tutto, tenere insieme. Senza chiederti davvero se è ciò che vuoi. Senza decidere davvero dove vuoi andare. Così il perfezionismo, che all’inizio è stato una risorsa, diventa anche un vincolo. Ti ancora a ciò che funziona e, poco alla volta, ti allontana da ciò che dovrebbe guidarti.
Riprendere direzione
A un certo punto diventa evidente. Fare bene non coincide sempre con fare tutto. E la qualità non si gioca solo nell’esecuzione, ma nella capacità di orientare ciò che accade.
Alcune domande possono aiutare a riportare il focus:
Quanto il mio perfezionismo, su questo punto, sta davvero migliorando il risultato?
Cosa continuo a controllare che potrebbe evolvere senza il mio intervento diretto?
Quali decisioni sto rimandando mentre mi occupo di ciò che sta già andando avanti da solo?
Non servono cambiamenti radicali. Basta iniziare a spostare l’attenzione. Dai dettagli che riempiono le giornate, ai passaggi che danno forma a ciò che vuoi costruire.
Lasciare spazio non è perdere qualità
Ridurre il perfezionismo – e il controllo – non significa abbassare il livello. Significa creare le condizioni perché quel livello possa sostenersi nel tempo, senza dipendere sempre da te, senza consumare energie su dettagli che non meritano. Nel lavoro, vuol dire permettere agli altri di assumersi responsabilità reali. Nella vita, vuol dire smettere di sovraccaricarti facendo tutto per tutti, sempre in modo perfetto. È un passaggio delicato, perché implica uscire da ciò che ti ha fatto funzionare fino a qui e iniziare a scegliere dove e come esserci. Riguarda come vivi le cose: non più nel fare tutto, ma nel dare spazio a ciò che conta. Tornano le scelte. Tornano le priorità. Torna la direzione.
È lì che la vera leadership femminile prende forma. Per molte donne, è proprio questo il passaggio: smettere di dimostrare e iniziare a guidare davvero.
La perfezione ti ha portata fin qui. Non è ciò che ti porterà oltre.
Per andare oltre, serve alzare lo sguardo.
Chiara Cecutti è Mental e Business Coach, Life Coach e Counsellor, specializzata in NeuroLeadership ed Empowerment. Collabora con aziende e privati affiancando manager, imprenditori, professionisti e ogni persona orientata alla crescita personale e professionale, nel realizzare i propri obiettivi, sviluppare relazioni efficaci, potenziare la comunicazione e la leadership. Per l’empowerment femminile ha ideato percorsi specifici ispirati ai modelli di NeuroEmpowerment, integrando strumenti di coaching e neuroscienze applicate. È autrice dei libri “Multitasking? No, grazie” e “Quando il manager è donna” (Hoepli), e “Corso pratico di PNL” (Red Ed.). http://www.chiaracecutti.com info@chiaracecutti.com
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