Il film di Alessandro Aronadio è una commedia che rischia il politicamente scorretto e non teme l’anticlericalismo più radicale, tingendolo di sfumature filosofiche. Anche se a tratti è un po’ noioso
IO C’E’
di Alessandro Aronadio con Edoardo Leo, Margherita Buy, Giuseppe Battiston, Giulia Michelini, Massimiliano Bruno.
Alessandro Aronadio è uno che ci sa fare. Gira il mondo, vive fra Europa e Hollywood e sa di cosa si parla quando si parla di cinema. Tanto per dire, il suo Orecchie era nel suo genere un piccolo capolavoro, un’opera di grandissima originalità che si distingueva nello smorto panorama della produzione italiana. Qualcuno se n’è accorto e gli ha lasciato mano libera (e budget adeguato) per il nuovo film. Che ha parecchie qualità, ma anche qualche difetto.
La prima qualità è il coraggio nell’affrontare una commedia che rischia il politicamente scorretto e, udite udite, non teme l’anticlericalismo più radicale, tingendolo di sfumature filosofiche (che già puntellavano in Orecchie).
La storia è quella di Massimo (Edoardo Leo), uno sfaccendato ragazzotto romano che cercando di rimettere in sesto il suo bed & breakfast sull’orlo del fallimento ha una pensata geniale: trasformarlo, per aggirare le tasse, in un ostello religioso. E visto che tutte le religioni son già occupate e non è semplice trovarne una come copertura, decide di fondarne una nuova lui stesso, laddove l’unico Dio riconosciuto è l’Io. Ovvero noi stessi. Prendendo le mosse da un assunto francamente spericolato, il regista se la cava piuttosto bene, evitando scivoloni grotteschi e riuscendo a tenere assieme in modo abbastanza compatto una trama improbabile, ravvivata da frecciate non solo nei confronti della Chiesa cattolica (che di pecche ne ha parecchie) ma mirando alle basi stesse del concetto di religione. E la conclusione ha un sapore vetusto, di marxiana ascendenza: ogni religione altro non è che oppio per i popoli.
Non pensate a questo punto di dover affrontare un mattone ideologico, perché la mano da commedia leggera non viene mai meno e la sceneggiatura evita qualunque scivolone, andando fino in fondo all’assunto originale, senza sbandare, servito da attori molto in parte.
Che cosa allora non funziona? Che il film, soprattutto nella prima parte, sia imperdonabilmente noioso. Lento, quando una storia come questa meritava un ritmo scoppiettante che fra l’altro è nelle corde di Aronadio.
E’ come se il regista si fosse incantato di fronte ai suoi attori, fin intimidito, soprattutto con il protagonista, Edoardo Leo, immortalato in una serie sterminata di primi piani e inquadratura che si dilatano senza motivo. Perché non c’è stato il coraggio di fare qualche taglio? Non che ci siano scene di troppo è proprio il montaggio che non funziona, è come se ogni sequenza andasse asciugata, ristretta. Intervenendo in tutte con un lavoro certosino, dieci secondi qui, cinque secondi là, si sarebbe potuto regalare al film un ritmo diverso, che gli avrebbe molto molto giovato.
Detto questo, restano tutti gli altri meriti e quindi, aspettiamo fiduciosi la prossima fatica di Aronadio.
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