Dagli esordi ribelli alla consacrazione di Hollywood, Redford ha trasformato ogni ruolo in un ritratto vivo dell’America e delle sue contraddizioni, lasciando anche in eredità il Sundance Festival
Se ne va a 89 anni Robert Redford, il biondo malinconico che ha fatto sognare Hollywood, ma l’ha anche scossa, trasformandosi in attore, regista e produttore tra i più amati. Con lui scompare un’icona che ha attraversato oltre mezzo secolo di cinema, capace di incarnare il fascino del divo e insieme l’impegno civile dell’intellettuale, unendo i grandi successi di Hollywood alla visione innovativa del Sundance, il laboratorio che ha dato voce al cinema indipendente.
Robert Redford e Jane Fonda in A piedi nudi nel parco (1967), commedia romantica tratta da Neil Simon che consacrò Redford anche al cinema dopo il successo teatrale
DAGLI INIZI RIBELLI AL DEBUTTO TRA TEATRO E CINEMA
Cresciuto tra Santa Monica e Van Nuys, figlio di un padre che lavorava come lattaio e contabile, Redford è stato un ragazzo inquieto: la biblioteca come rifugio, lo sport e l’arte come bussola. Ottenne una borsa di studio per il baseball all’Università del Colorado, poi la perse per una giovinezza ribelle. Lavorò come “roustabout” (lavoratore manuale) per la Standard Oil e con quei soldi partì per l’Europa a studiare arte, vivendo alla giornata per spirito di avventura. Tornato a New York, sceglie il teatro all’American Academy of Dramatic Arts. Nel 1959, il primo ruolo in tv (Perry Mason). Il vero colpo di svolta arriva con A piedi nudi nel parco (Barefoot in the Park), la commedia di Neil Simon che Redford interpreta prima a Broadway nel 1963, accanto a Elizabeth Ashley, e poi nella trasposizione cinematografica del 1967, questa volta al fianco di Jane Fonda.
Paul Newman e Robert Redford in La stangata (1973), capolavoro di George Roy Hill premiato con sette Oscar, tra cui miglior film.
GLI ANNI 70 LA STAGIONE D’ORO DI REDFORD
Il salto nel mito arriva nel 1969 con Butch Cassidy, al fianco di Paul Newman: l’alchimia tra i due diventa la misura dell’amicizia maschile al cinema. Quattro anni dopo si ritrovano in La stangata (1973), che si aggiudica l’Oscar come miglior film nel 1974. Negli anni Settanta Redford inanella titoli che definiscono un’epoca: Corvo Rosso non avrai il mio scalpo (1972) e Come eravamo (1973), con Barbra Streisand), entrambi diretti da Sydney Pollack. Segunono Il grande Gatsby (1974); il thriller politico I tre giorni del Condor (1975) ancora per la regia di Pollack. In Tutti gli uomini del presidente (1976), Redford interpreta il giornalista Bob Woodward accanto a Dustin Hoffman nei panni di Carl Bernstei. Insieme raccontano l’inchiesta del Washington Post che portò alla luce lo scandalo Watergate. A chiudere il decennio, Brubaker (1980),un film-denuncia sul sistema carcerario americano. È il periodo in cui Redford scolpisce la figura di un protagonista biondo e malinconico, romantico e politico, capace di unire il fascino del divo hollywoodiano alla forza dei paesaggi e delle storie di frontiera.
Robert Redford e Barbra Streisand in Come eravamo (1973), il melodramma diretto da Sydney Pollack che racconta una storia d’amore sullo sfondo delle tensioni politiche americane.
DALL’ANTIEROE DI JEREMIAH JOHNSON ALL’ESORDIO DA REGISTA CON GENTE COMUNE
La sua storia, però, non è solo quella di un protagonista restio al ruolo di divo. Già con Jeremiah Johnson, il trapper di Corvo Rosso non avrai il mio scalpocombatte con lo studio per proteggere un film “atipico”. Nel film pochi dialoghi, paesaggi come personaggi, un antieroe che cerca un’altra vita tra le montagne. Quel braccio di ferro anticipa la svolta dietro la macchina da presa. Nel 1980 Redford esordisce alla regia con Gente comune (Ordinary People), conquistando l’Oscar come miglior regista. Il film racconta un dramma familiare di rara finezza psicologica, le fratture di una famiglia borghese segnata dalla perdita di un figlio.
Robert Redford e Meryl Streep in La mia Africa (1985), kolossal diretto da Sydney Pollack e vincitore di sette Oscar, storia d’amore e di paesaggi indimenticabili
TRA GRANDI PASSIONI: DA IL MIGLIORE A LA MIA AFRICA
Ne Il migliore (The Natural, 1984) Redford torna a uno dei suoi grandi amori, il baseball, interpretando Roy Hobbs, un talento segnato da un passato difficile. Un uomo che da adulto, ritrova la possibilità di realizzare il proprio sogno in campo. Segue il kolossal romantico La mia Africa (Out of Africa, 1985), tratto dall’autobiografia di Karen Blixen e diretto da Sydney Pollack. Il film lo vede accanto a Meryl Streep in una storia di amori e paesaggi africani destinata a entrare nell’immaginario collettivo. Il film vinse sette Oscar, consacrando Redford come simbolo di fascino e intensità emotiva. Negli anni Novanta Redford si concentra anche sulla regia: in In mezzo scorre il fiume (A River Runs Through It, 1992) dirige, ma non appare come attore, firmando un racconto di formazione ambientato nel Montana. Il film fu candidato a tre Oscar e ne vinso uno per la fotografia. Stesso ruolo solo dietro la macchina da presa per Quiz Show (1994), che ottenne quattro candidature all’Academy. La trama affronta lo scandalo dei quiz televisivi truccati negli anni Cinquanta.
Robert Redford in L’uomo che sussurrava ai cavalli (1998), film da lui diretto e interpretato in cui veste i panni di un addestratore capace di instaurare un legame speciale con gli animali.
EMOZIONI INTIME E PROVOCAZIONI SENTIMENTALI
Torna invece a recitare e a dirigere in L’uomo che sussurrava ai cavalli (The Horse Whisperer, 1998), dove interpreta un addestratore capace di instaurare un legame speciale con i cavalli. Al tempo stesso una aiuta una giovane ragazza segnata da un trauma e sua madre a ritrovare fiducia e armonia. Da attore, Redford lascia il segno anche in Proposta indecente (Indecent Proposal, 1993), dove veste i panni di un miliardario che offre a una coppia un milione di dollari in cambio di una notte con lei (Demi Moore). Il film, che affronta i temi di desiderio, potere e fragilità dei rapporti, diventa un grande caso culturale degli anni Novanta.
Robert Redford al Sundance Film Festival 2016. Fondato dall’attore nel 1981, l’istituto e il festival sono diventati il cuore del cinema indipendente americano.
SUNDANCE E L’IMPEGNO PER IL CINEMA INDIPENDENTE
L’altra metà del suo lascito si chiama Sundance. Trasferitosi nello Utah nel 1961, Redford difende la natura del West e, nel 1981, fonda il Sundance Institute: una casa per le voci nuove e “rischiose”. Con laboratori e un festival destinato a diventare la vetrina più importante del cinema indipendente americano. Da lì sono passati Steven Soderbergh, Quentin Tarantino, Ryan Coogler e molti altri. Un gesto politico e culturale che ha rinnovato l’ecosistema del cinema, offrendo spazio a storie altrimenti invisibili. Ambientalista di lungo corso, Redford usa la fama per parlare di clima e territori. Prende posizione anche in anni recenti (lo fece, per esempio, nel 2020 durante gli incendi nel West). La sua idea di celebrità ha sempre avuto un perimetro etico: il volto sulle copertine, sì, ma al servizio di cause e di film in cui credere.
Robert Redford con l’ex moglie Lola Van Wagenen e due dei loro figli negli anni Settanta. Con lei costruì una famiglia numerosa prima del divorzio nel 1985.
TRA DOLORI PRIVATI E L’ADDIO GENTILE ALLE SCENE
La vita gli ha chiesto anche conti dolorosi. Il primo figlio, Scott, morì pochi mesi dopo la nascita nel 1959; nell’ottobre 2020 ha perso il figlio David James, regista e attivista come il padre, scomparso a 58 anni per un cancro. Redford aveva costruito con l’ex moglie Lola Van Wagenen una famiglia numerosa: Shauna (1960) e Amy (1970) le altre figlie. Negli ultimi anni ha scelto la leggerezza del ritorno: nel 2017 ritrova Jane Fonda in Le nostre anime di notte, melodramma maturo sulla tenerezza a ottant’anni; nel 2018 interpreta The Old Man & the Gun, dichiarandolo il suo addio alla recitazione (un addio detto con il sorriso di chi non ama la parola “pensione”). Anche così, fino alla fine, ha tenuto fede alla sua indole: avanzare, provare, raccontare.
Robert Redford e Jane Fonda in Le nostre anime di notte (2017), melodramma maturo che riunisce due icone del cinema per raccontare l’amore e la tenerezza nella terza età.
IL VOLTO DI UN’AMERICA CHE CONTINUA A VIVERE NEI SUOI FILM E IN SUNDANCE
Se pensiamo a Redford, vediamo un uomo che ha dato un volto a molte Americhe: quella romantica delle grandi storie d’amore, quella civile del giornalismo d’inchiesta. Ma anche quella selvaggia dei pionieri, quella intima dei rapporti familiari. Ma vediamo soprattutto un narratore: il cinema come responsabilità e avventura, come luogo in cui la bellezza dei paesaggi e la fragilità degli esseri umani possono coesistere. Oggi che se ne va, restano i suoi magnifici film e resta un’infrastruttura culturale, Sundance. Un istituzione che continuerà a generare talenti. Forse è questo il suo regalo più grande: aver messo il proprio carisma al servizio delle storie degli altri, affinché trovassero luce. “Voglio fare il massimo con ciò che mi è stato dato”, diceva qualche anno fa in un’intervista televisiva.
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