Tra Parigi e Roma, tra atelier, danza, star e Alta Moda, la costruzione di uno stile riconoscibile che ha saputo resistere ai cambiamenti del sistema moda e del tempo
Valentino Garavani si è spento nella quiete della sua residenza romana, a 93 anni, nel sonno, senza sofferenze. Un addio silenzioso, lontano da ogni teatralità, in netto contrasto con la magnificenza che ha accompagnato la sua vita pubblica. Eppure profondamente coerente con l’uomo: misurato, rigoroso, devoto all’armonia. Con la sua morte non scompare soltanto uno dei più grandi couturier del Novecento, ma si chiude un’idea di moda come linguaggio culturale, come esercizio di disciplina, come aspirazione costante a una bellezza assoluta.
Valentino Garavani posa con alcune delle top model più iconiche degli anni Novanta: un’immagine simbolo del suo rapporto privilegiato con le muse della moda e dell’estetica glamour di un’epoca irripetibile
Un’eredità che va oltre la proprietà del marchio
Valentino non lascia un’eredità economica – il marchio, da tempo, non era più suo, nel 2015: Kering era entrata nel capitale con una quota di minoranza (circa il 30%), mentre Mayhoola detiene ancora la maggioranza del capitale della Maison. Da quel momento Valentino resta il fondatore e l’anima simbolica del marchio. La maison continua a portare il suo nome, a essere identificata con la sua visione, ma è guidata da strutture manageriali e creative autonome. Valentino, comunque, continua la sua idea di eleganza, un canone estetico che ha resistito ai vari cambi di proprietà, ai direttori creativi, alle trasformazioni del sistema moda.
Le origini: Voghera e la nascita di una vocazione
Valentino Clemente Ludovico Garavani nasce l’11 maggio 1932 a Voghera, in una famiglia borghese solida, capace di offrirgli stabilità e sostegno. Il padre Mauro, inizialmente barbiere e poi commerciante, e la madre Teresa intuiscono presto l’inclinazione artistica del figlio e la assecondano senza esitazioni. Il talento si manifesta in modo precoce e quasi ossessivo: Valentino disegna continuamente, riempiendo quaderni e fogli di figure, abiti, dettagli. Racconterà più volte che la folgorazione per la moda avviene quando ha appena sei anni, ascoltando alla radio la descrizione del fidanzamento ufficiale di una principessa sabauda e del suo abito in lamé verde. Due parole – lamé, verde – che diventano una rivelazione. Da quel momento, la moda non è più un gioco, ma una necessità.
Valentino nel pieno della sua attività creativa: il gesto delle mani, la concentrazione, il dialogo diretto con il corpo raccontano il rigore e la teatralità del suo metodo di lavoro.
Gli studi Milano e l’iniziazione parigina
Durante gli anni del liceo classico a Voghera, Valentino affianca allo studio tradizionale un corso di figurino all’Istituto Santa Marta di Milano. Ma l’Italia non basta. La vera formazione, quella che forgia il couturier, passa da Parigi. Con il sostegno economico della famiglia, si trasferisce nella capitale francese e si iscrive alla prestigiosa École de la Chambre Syndicale de la Couture Parisienne. Qui apprende il rigore della costruzione sartoriale, il rispetto delle proporzioni, la disciplina del mestiere. Lavora negli atelier di Jean Dessès e successivamente di Guy Laroche, assimilando una cultura dell’abito fatta di precisione assoluta e controllo formale.
Il corpo in scena: quando l’abito diventa movimento
Sono anni intensi, di lavoro duro e silenzioso, ma anche di immersione totale nel mondo dell’arte. Valentino frequenta i teatri, i foyer, si avvicina alla danza – altra sua grande passione – prende lezioni al Palais de Chaillot e debutta persino in un balletto. La carriera da danzatore non decollerà, ma il senso del movimento, dell’equilibrio e della scena resterà inciso per sempre nel suo modo di concepire l’abito.
Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti: una delle coppie più iconiche della storia della moda. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma una visione condivisa di eleganza, bellezza e disciplina creativa.
Il ritorno in Italia e l’incontro decisivo
Alla fine degli anni Cinquanta, quando sente di aver acquisito gli strumenti necessari, Valentino compie una scelta controcorrente: lascia Parigi e punta su Roma. È qui che, il 31 luglio 1960, in via Veneto, incontra Giancarlo Giammetti. Un incontro destinato a cambiare la storia della moda.Tra i due nasce un sodalizio umano e professionale rarissimo. Giammetti abbandona gli studi di architettura e diventa l’artefice del sistema Valentino. Cura il business, la comunicazione, l’organizzazione, proteggendo il couturier dalle asperità del mondo per consentirgli di dedicarsi esclusivamente alla creazione. Due personalità diverse, complementari, legate da un equilibrio perfetto.
Una delle prime sfilate di Valentino. L’estetica dell’Alta Moda prende forma tra rigore sartoriale, femminilità assoluta e una visione del lusso destinata a segnare la storia.
La consacrazione internazionale
La svolta arriva nel 1962, con la sfilata a Palazzo Pitti, a Firenze. Valentino ottiene l’ultimo slot disponibile, l’ultima ora, l’ultimo giorno. Un rischio che si trasforma in trionfo. I buyer, soprattutto americani, ordinano fino all’alba e gli affibbiano un soprannome destinato a diventare leggenda: “The Chic”.
Da quel momento, la carriera di Valentino è una successione di consacrazioni: premi, riconoscimenti, sfilate memorabili, mostre museali. Ma ciò che lo distingue davvero è la coerenza assoluta del suo stile, fondato su una semplicità apparente sempre attraversata da un dettaglio teatrale: un fiocco, una scollatura, una linea improvvisa, un tocco di rosso – il rosso Valentino – diventato icona universale.
Il couturier delle dive
Il rapporto tra Valentino e le star non è mai stato puramente ornamentale. È una relazione profonda, costruita sulla fiducia e sulla capacità di interpretare le donne. Il momento fondativo risale al 1968, quando veste Jacqueline Kennedy per il matrimonio con Aristotele Onassis. Un abito destinato a entrare nella storia. Da allora, Valentino diventa il couturier delle dive per eccellenza. Dona grazia, autorevolezza e carisma a Sophia Loren,Elizabeth Taylor, Audrey Hepburn, Sharon Stone. Otto attrici ritirano l’Oscar indossando sue creazioni, tra cui Julia Roberts in un Valentino vintage del 1992 quando vinse l’Oscar come Migliore Attrice per Erin Brockovich nel 2001 e Cate Blanchett quando vinse l’Oscar come Migliore Attrice Non Protagonista per The Aviator nel 2005, indossando un abito Valentino di seta giallo pallido.
Valentino con Sophia Loren: un’amicizia e una collaborazione iconica che raccontano il rapporto privilegiato del couturier con le grandi dive del cinema, interpreti ideali della sua idea di eleganza e femminilità assoluta.
I matrimoni delle star come misura del tempo
Negli anni Duemila, il dialogo di Valentino con il presente continua senza sforzo, con la stessa naturalezza con cui aveva vestito le icone del Novecento. Il wedding dress disegnato per Jennifer Lopez nel 2001, per il matrimonio con Cris Judd, conferma la sua capacità di interpretare una femminilità contemporanea senza tradire il proprio codice estetico: linee pulite, sensualità controllata, costruzione impeccabile. Ancora più emblematico è il legame con Anne Hathaway, per la quale Valentino compie un gesto rarissimo: tornare eccezionalmente a creare dopo il ritiro ufficiale. Nel 2012 disegna per lei un abito nuziale di straordinaria complessità, ispirato a una silhouette anni Venti e interamente ricamato a mano.
Anne Hathaway nel 2012 indossa un abito nuziale firmato Valentino: una creazione di straordinaria raffinatezza, ispirata alle silhouette anni Venti, che segna il ritorno eccezionale del couturier alla creazione dopo il ritiro ufficiale.
Le feste, le sfilate, il mito
Valentino è stato anche un anfitrione leggendario. Le sue feste – dalla residenza sull’Appia Antica al castello di Wideville – sono entrate nella storia per opulenza e raffinatezza. Così come le sue sfilate-evento: dal Metropolitan Museum di New York all’Ara Pacis, dal Tempio di Venere a Villa Borghese, fino al commiato del 2007, un addio alla moda trasformato in opera totale. Il documentario Valentino: The Last Emperor ha cristallizzato questa figura fuori dal tempo: un uomo capace di trasformare la propria vita in un atto estetico continuo, vissuto con disciplina assoluta.
All’Ara Pacis, durante la grande retrospettiva dedicata a Valentino Garavani, il rosso iconico della maison dialoga con l’architettura classica: la moda entra nel museo come linguaggio artistico e atto culturale.
L’eredità di una visione estetica
Valentino ha sempre detto di considerarsi come uno scrittore che racconta una sola storia, collezione dopo collezione. La sua è stata quella della bellezza come valore morale, come forma di resistenza all’effimero, come aspirazione quotidiana. Con la sua scomparsa si chiude un’epoca. Ma l’impero di Valentino – fatto di grazia, rigore e visione – non conosce tramonto. Continua a vivere negli abiti, negli archivi, nella memoria collettiva. Per sempre.
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