La donna che comanda perché “ha le palle” è solo un’invenzione cinematografica: le cape più stimate e benvolute sono quelle di tipo Beta, che conquistano il potere non con l’arroganza dei leader maschi, ma con l’intelligenza emotiva. Parola della scrittrice inglese Rebecca Holman
Ricordate la Katharine Parker del film Una donna in carriera? La interpretava Sigourney Weawer ed era la capa capricciosa e dispostica che trattava sadicamente male la sua segretaria Tess McGill, ovvero Melanie Griffith. Altrettanto indimenticabili restano le angherie alle quali la direttora della rivista di moda RunwayMiranda Priestly, cioè Meryl Streep, sottoponeva la giovane Andy Sachs, alias Anne Hathaway, nel film Il diavolo veste Prada. Personaggi cinematografici come quelli di Katharine e Miranda hanno contribuito a creare il mito della donna al comando che per imporsi sulle sue sottoposte deve essere dotata di tutte le caratteristiche (si potrebbe anche dire “di tutti gli attributi”) che sono nel Dna del suo omologo dell’altro sesso, il cosiddetto “maschio Alfa”. Dunque, per fare carriera – era il corollario di queste rappresentazioni che rispecchiavano la realtà – devi essere a tua volta una vera “femmina Alfa”, assertiva, arrogantella e sempre sicura di te stessa. E, invece, pare che non sia – o non sia più – così.
Secondo l’inglese Rebecca Holman, direttrice del sito The Debrief, le donne destinate a rivestire ruoli di comando sul fronte professionale non sono quelle che alzano la voce, ma quelle che guidano i propri collaboratori quasi sottovoce, che non sono ossessionate dal lavoro e che non peccano di egocentrismo. Una tesi che la Holman spiega nel suo libro Beta: Quiet Girls Can Run the World, inno alle donne tranquille che, proprio grazie a questo loro modo di affrontare la vita, possono conqistare il mondo.
Praticamente, una rivoluzione copernicana nell’ambito del lavoro femminile , che dovrebbe spazzare via i complessi di inferiorità di tante signore, arrivate alla soglia dei 50 anni con l’idea di non poter fare più carriera – o di non averla potuta fare quando erano più giovani – perché caratterialmente non all’altezza. La donna Beta, al contrario, può sfruttare meglio di quella Alfa la propria flessibilità e soprattutto la propria intelligenza emotiva per creare una vera e propria empatia con le persone che dipendono da lei e che ne apprezzeranno in primo luogo le doti umane, imparando a riconoscerla come un vero capo.
Quindi, se Rebecca Holman ha ragione, si aprono nuove prospettive per le donne che si credevano destinate a essere gregarie e ritenevano di poter vivere solamente, come cantava il Liga, “una vita da mediane”. Ora, riqualificate nella categoria Beta, le donne che hanno… le palle, ma non hanno bisogno di metterle in mostra, possono conquistare il mondo.
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