“Dì la verità che non hai mai mangiato così bene…”. Sull’onda dei programmi di cucina imperversano le sedicenti maestre dei fornelli che ti invitano a cena solo per costringerti ad assaggiare e a decantare le virtù dei loro piatti. Ecco alcuni semplici consigli per riuscire a digerirle
Sull’onda del trend modaiolo che riempie i palinsesti televisivi di programmi dedicati all’arte culinaria, ormai tutti si professano grandi chef. Ma si sa, in Italia si diventa tutti allenatori alla prima partita e così ci si ritrova a essere vittime, spesso consce e consapevoli, di tutti quegli “amici” che ti propinano le più incredibili schifezze spacciandole per prelibatezze, che, ovviamente, loro sanno cucinare meglio di chiunque altro.
Pubblicano sui social tonnellate di foto di cibarie di varie natura, invitanti come uno sciame di api, e decantano una lasagna o una crostata come se avessero fatto il piatto più creativo e innovativo dell’universo. Prima si vantano di essere cuochi eccelsi (e già lì qualche dubbio te lo poni, perché di solito, chi si loda s’imbroda), poi ti invitano a cena e ti servono pietanze che neanche dopo un mese di digiuno forzato, riusciresti a ingurgitare. E non contenti ti chiedono con aria minacciosa: “Allora, hai sentito quanto è buona la mia lasagna?” Poi tocca alla crostata. “E questa torta? Dì la verità che non ne hai mai mangiata una così squisita!”. E lì, tu sì che vorresti dirgliela la verità! Vorresti dirgli che non vedi l’ora di andare a casa a farti un’overdose di Maloox perché quello che sei stata costretta a ingoiare ha devastato irrimediabilmente il tuo stomaco.
Vorresti dirgli che saper cucinare è un’arte e che come per tutte le arti, bisogna avere talento, passione, competenza e pazienza per riuscire a produrre qualcosa che possa essere ammirato e apprezzato. E in questo caso anche gustato. E invece no, cadi nella loro trappola, ti stampi sul volto un sorrisino di circostanza e gli dici che mai nella vita avevi mangiato qualcosa di simile. E sei fiera di te, perché non stai mentendo. Solo che il grande chef in questione ha poca intelligenza e troppa presunzione per comprenderlo.
Così anche tu diventi colpevole di quella reazione a catena che s’innesca per non offendere chi ti ha invitato, ha cucinato per te e si sente davvero il padreterno dei fornelli, permettendogli in questo modo di continuare a fare danni e di alimentare il suo ego distorto.
Dopo di te, sarà il turno di qualcun altro, che esattamente come te, si stamperà in faccia lo stesso sorrisino e fingerà di essere a dieta per avere una porzione da anoressico. Il problema è che se sei secca come un chiodo, alla dieta nessuno ci crede. Allora l’unica soluzione è diventare la rappresentante di qualsiasi genere di intolleranza alimentare. Ma non riesci a salvarti nemmeno così, perché di nuovo scatta la molla del non voler offendere, quando invece, la vera offesa è non far prendere coscienza delle proprie incapacità. Ma allora, non sarebbe più semplice ricordarsi che l’umiltà è uno di quei grandi valori che ci permette di essere apprezzati per quello che siamo e di non essere sbugiardati per quello che non siamo? Non sarebbe più onesto dichiarare “Mi piace cucinare, ma non ne sono capace, però ci provo e ci metto tutta la mia buona volontà”?
In questo caso allora sì, il commensale, che prima di essere tale è tuo amico, apprezzerebbe anche la più immonda delle pietanze. Magari non la finirebbe (non esageriamo con il buonismo) ma stimerebbe l’amico o l’amica in questione.
Il dramma poi, assume proporzioni cosmiche, quando l’amico commensale invece è davvero un asso ai fornelli, a cui mai verrebbe in mente di professarsi tale. Se in generale sono sempre i fatti che parlano, in questo caso sono i piatti, e i vostri piatti, cari i miei cuochi che le stelle ve le siete autotatuate, fateci la cortesia di consumarli voi stessi, in religioso silenzio.
Poi guardatevi allo specchio e se ancora vi considerate al pari di uno chef stellato, trovatevi un buon analista.
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