Il film di Taylor Sheridan parla di vite ai margini, di indiani senza più radici e di una tragedia nascosta, quella delle amerinde sparite nel nulla, in uno stillicidio che assomiglia alla strage silenziosa di Ciudad Juarez
I SEGRETI DI WIND RIVER
di Taylor Sheridan con Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, Jon Bernthal, Kelsey Asbille.
La riserva Indiana di Wind River è nelle lande più selvagge del Wyoming, circondata da una natura intatta amica – nemica, dove ancora si combattono i leoni di montagna che attaccano il bestiame. I bianchi convivono faticosamente con i nativi americani i quali a loro volta fanno i conti rassegnati con un’esistenza svuotata e arrancano come ubriachi, alla ricerca di un senso.
In uno scenario western, dove la purezza della neve si sostituisce alla Monument Valley un cacciatore, Cory (Jeremy Renner, ma com’è sempre bravo!), si imbatte nel cadavere abusato di una diciottenne amerinda. La recluta mandata dall’Fbi sul posto è una giovane donna senza esperienza che verrà affiancata dal cacciatore nelle indagini. Cory è il personaggio più riuscito del film, un capitano Achab, un eroe solitario abituato a seguire le tracce, capace di fiutare gli indizi muovendosi più silenzioso di un Navajo, solo uno come lui poteva accompagnare la poliziotta attraverso un territorio di frontiera che ha tratti metafisici in comune con le paludi della Louisiana o con le zone della Baja California vicine al Messico, che il regista ben conosce avendo scritto la sceneggiatura di Sicario.
Il thriller ne I segreti di Wind River, pur seguito scrupolosamente a parte un colpo di coda fuori dalle regole sul finale, diventa un pretesto per un film che ha voglia di raccontare altro, molto altro.
Quando cammini nella neve il mondo ti appare lento e ovattato e il film si adegua alla stessa atmosfera, trascinando piano lo spettatore e raccontandogli una storia che parla di vite ai margini, di indiani senza più radici, di una tragedia nascosta, quella di tante donne amerinde scomparse, in uno stillicidio che assomiglia alla strage silenziosa di Ciudad Juarez.
Ma non basta, nel film c’è ancora altro, qualcosa di molto intimo, un’analisi profonda della devastazione provocata dal dolore e dalla mancanza, lo stordimento dei sopravvissuti che si impongono di vivere, ma sono incapaci di metabolizzare una ferita che non diventerà mai una cicatrice. Si dibattono in un dolore sempre presente che li fa vivere divisi fra l’aspirazione all’oblio e il desiderio di vendetta, costringendoli poi a scegliere la devastante convivenza con un ricordo che non smette mai di sanguinare.
Fra le scene memorabili di questo film speciale ce ne sono due che resteranno nella memoria, una tutta azione, l’altra ipnotica. La prima è una sparatoria nella neve girata come un omaggio a John Ford e Peckinpah, la seconda è il sigillo con cui si chiude il film: il volto dipinto di un indiano che cerca di raccogliere i cocci della sua vita. Il sapere di quei tatuaggi lo ha completamente perso, ma il bisogno di un àncora col passato è radicata nel suo cuore. Ed è proprio quel viso dipinto di bianco e azzurro sullo sfondo delle montagne coperte di neve il finale più poetico che il regista potesse regalarci.
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