Per il critico musicale Dario Contri, un Festival senza hype né vere punte artistiche, dove la direzione ha pesato più delle canzoni
…E con un po’ di ritardo rispetto al solito, anche nel 2026 le luci si sono accese sul palco del Festival di Sanremo e l’Italia si è fermata (anche se questa volta un po’ meno del solito). Non è più solo la gara canora: è una specie di rito collettivo, una macchina dello spettacolo capace risucchiare diverse generazioni davanti allo stesso schermo. Anche se poi pubblicamente non lo ammetteranno mai. Questa edizione si è aperta con meno attesa del solito, a causa forse di un cast un po’ debole, ma sempre con quelle polemiche immancabili in questa settimana televisivo-musicale.Sanremo, infatti, ormai non è mai soltanto musica: è televisione, costume, politica culturale. E ancora una volta è diventato per qualche giorno il centro nevralgico della conversazione pubblica.
Carlo Conti guida il Festival di Sanremo 2026 dal palco dell’Ariston,
Presentatore, direttore artistico e co-conduttori
Ancora al timone del Festival, pare per l’ultima volta, ritroviamo Carlo Conti, navigatissimo veterano della televisione italiana e figura storica di Sanremo. Lo scorso anno aveva tenuto botta, migliorando addirittura gli ascolti del Deus Amadeus, con un taglio più snello e dinamico alla manifestazione. In questa edizione però sembra annaspare. Come direttore artistico ha selezionato un cast assolutamente privo di hype, senza nomi di punta. E ancora meno donne dello scorso anno e una pletora di nomi sconosciuti ai più. In trasmissione è sempre inappuntabile, ma è come se si fosse rotto qualcosa e le serate hanno ripreso a trascinarsi fino alle prime luci dell’alba. Forse la scelta di chiuderla qui è condivisibile.
Carlo Conti e Laura Pausini insieme sul palco del Festival di Sanremo 2026: lei in abito nero aderente, lui in smoking
Laura Pausini, da vincitrice nel 1993 a co-conduttrice nel 2026
Accanto a Conti, in tutte e cinque le serate del Festival, c’è Laura Pausini: cantante italiana di fama internazionale il cui legame con Sanremo è storico, qui infatti iniziò la sua carriera vincendo la sezione Nuove Proposte nel 1993. La scelta, voluta probabilmente perché la sua popolarità mondiale aggiungesse spessore e carisma alla conduzione non sembra essere stata così vincente. Già prima del Festival, Pausini è stata oggetto di uno shit-storm devastante sui social, mostrando di non avere più l’incondizionata simpatia del grande pubblico. Durante la kermesse è stata però assolutamente apprezzabile, sia nelle parti cantate che nella conduzione, senza però risultare a tratti un po’ stucchevole o esageratamente espansiva. Peccato essersi persa l’occasione di una “pace” sul palco con Grignani, che non manca (giustamente) di farle una battuta sul palco.
Carlo Conti al centro circondato dai co-conduttori delle serate
Troppi co-conduttori e il guizzo di Achille Lauro
Non mi dilungherò a parlare dei troppi co-conduttori a rotazione: Can Yaman, Pilar Fogliati, Achille Lauro, Lillo, Irina Shayk, Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Alessandro Siani, Giorgia Cardinaletti e Nino Frassica. Poco più che oggetti di arredamento e apoteosi di noia e inutilità. Avremmo potuto risparmiare tempo e denaro. I momenti migliori sono stati la splendida performance di Achille Lauro della sua “Perdutamente”, con una regia meravigliosa (che però avrebbe potuto essere semplicemente un ospite assolutamente dignitoso, più che co-conduttore). E la carrambata del doppio Sandokan con un magnifico Kabir Bedi che a 80 anni non sfigura accanto a Can Yaman. Carlo Conti tra i due sembra uno dei Les Surfs (i cultori del festival li conoscono, gli altri li cerchino sul web). Una nota di merito a Gianluca Gazzoli per la conduzione della sezione nuove proposte, fresco, spigliato ed elegante… potrebbe essere un’ottima scelta per il futuro.
Achille Lauro in completo bianco con profonda scollatura che mostra il collier arricchito da un opale bianco australiano
Tra alta moda e citazioni vintage, lo stile torna protagonista
Dopo anni di abbandono dell’eleganza, negli ultimi cinque anni Sanremo ha ripreso a confermare il suo ruolo come vetrina di moda e stile. Dalla classicità sartoriale dei conduttori alle scelte più audaci dei cantanti e ospiti. Ogni outfit racconta qualcosa di chi lo indossa e contribuisce a fare del Festival un evento carismatico. Dal Parquet di Dargen d’Amico, ai velluti di Patty Pravo e Raf (con tanto di meme virale), ai look ispirati alla tradizione spagnola, fino al punk o al glamour anni ’70 e ’80, passando per Armani a Ferretti fino a Balenciaga. Ogni outfit non è solo estetica, ma un modo per raccontare la performance, l’identità dell’artista o il mood di quella serata. Meno male che i tempi di Nu jeans e ‘na maglietta sono passati… continuiamo così.
I “SUPER-ospiti”
Basta. Smettiamola di parlare di “SUPER ospiti”. Il termine l’aveva creato Pippo Baudo quando gli ospiti erano davvero “super”: Madonna, i Queen, Bruce Springsteen, Elton John. Oggi i vari Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti, Max Pezzali, Andrea Bocelli sono ospiti. Punto. Col privilegio di stare in vetrina al posto d’onore senza mettere in gioco nella kermesse i loro nuovi lavori col rischio di fare figuracce. E non si può certo dire che tutti questi grandi nomi non vivano ormai da anni delle glorie del passato.
Ditonellapiaga e TonyPitony durante la serata cover mentre ballano in una coreografia ironica
La serata delle cover
La serata delle cover di Sanremo 2026 ha confermato quanto questo appuntamento sia uno dei più amati e attesi della manifestazione. Una festa della musica che guarda al passato con rispetto e creatività, reinterpretando grandi successi con nuove voci e nuove idee. Tutto questo però la rende sempre più distaccata dal resto della manifestazione, tanto che potrebbe essere un evento scollegato e trasmesso prima o dopo il Festival. Ormai non celebra più le canzoni di Sanremo storici né la musica italiana, ma è aperta a qualsiasi cosa, al punto che vince la serata una assolutamente apprezzabile versione di “The lady is a tramp” di Ditonellapiaga con l’irriverente TonyPitony. Seguita da Sayf accompagnato da Alex Britti e Mario Biondi con “Hit the Road Jack”. Mi dite cosa c’entrano queste due canzoni con Sanremo e la Musica Italiana? Ecco… Ciò premesso in questa serata abbiamo visto la vera anima delle Bambole di pezza (un po’ annacquata nel loro pezzo sanremese) nell’energica versione di “Occhi di gatto” con una Cristina d’Avena supercarica e piena di catene. Ma anche una versione magica di Quello che le donne non dicono di Arisa con Coro del Teatro Regio di Parma.
Tra omaggi riusciti, revival anni Duemila e stecche notturne
Ci ha lasciati abbastanza perplessi la “sorpresa” del Gianni Nazionale al figlio Tredici Pietro (su un pezzo già suo, peraltro), dopo che si è sperticato per mesi a ribadire la fatica di slegarsi dal troppo invadente nome del padre. La cosa tra l’altro ha provocato lo sbrocco di Alessandro Gassman, cui è stata negata la promozione del nuovo film all’Ariston a causa della presenza in gara del figlio. Tra l’altro Gassman Jr. viene fuori molto meglio nella reinterpretazione di “Era già tutto previsto” con Aiello, rispetto alla maggioranza dei suoi pezzi originali. Dargen D’Amico, geniale, parla di pace con Pupo (reduce dalle polemiche per i concerti in Russia) e Fabrizio Bosso reinterpretano “Su di noi” . Elettra è stata esplosiva e ha fatto ballare tutti riesumando Les Ketchup e la loro “Asereje” che ci aveva ipnotizzati vent’anni fa. Ci sono stati anche pezzi storici massacrati, ma dopotutto nemmeno tanti. Forse il peggiore Chiello che canta “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco insieme al pianista Saverio Cigarini, assolutamente fuori dalle sue corde, ma il fatto che arrivasse quasi alle due del mattino può avere influito sul giudizio.
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