Pellicola con tutti i crismi del cinema indipendente, il film di Sean Baker con protagonisti tre adorabili monelli fa sorridere, commuove e sconvolge, portando alla luce un mondo dominato da stridenti contrasti
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA
diSean Baker con Brooklynn PRINCE, Willem DAFOE, Bria VINAITE.
Assomigliano ai monelli di Tom Sawyer o ai protagonisti della Guerra dei bottoni e sembrano arrivare dal passato, i tre protagonisti di Un sogno chiamato Florida. Tre piccoletti di sei anni, un maschio e due femmine che si divertono a scoprire il mondo e combinare guai, finendo puntualmente sull’orlo del precipizio, ma miracolosamente protetti da una sorta di mano divina che li salva dai peggiori pasticci. Corrono nei prati, si arrampicano sugli alberi, infastidiscono chiunque capiti loro a tiro, rischiano di finire sotto una macchina, appiccano incendi senza rendersi conto delle conseguenze, fanno scherzi, evitano fortunosamente gli agguati pedofili.
Insomma, un tuffo nel mondo dell’infanzia rallegrato da sorrisi e un’incontenibile voglia di vivere. Ma questa, la vivacità di Moona (Brooklynn Prince, sei anni da Oscar) e dei suoi amici è solo una parte di un film interessante che, come un prisma, offre allo spettatore una realtà caleidoscopica.
Siamo in Florida, nella periferia di Orlando, la città famosa perché lì c’è Disneyland, la favola, il luna park del divertimento, una specie di centro commerciale ante litteram pensato solo per l’infanzia. Ma Moona e i suoi due amici godono solo i riflessi appannati di quel mondo fatato, perché la loro realtà è molto diversa: vivono in fatiscenti motel coloratissimi, sopravvissuti a fatica alla grande crisi che non ospitando più turisti, sono diventati l’approdo di emarginati di varie categorie, prima fra tutti famiglie alla deriva, quasi sempre composte da madri single e figli che, seppure molto amati, sono lasciati a loro stessi.
Eppure, in qualche modo ce la fanno. Come? Dandosi una mano a vicenda, sorretti da una fortuna che non sempre bacia solo i più belli e i più ricchi. Insomma, diciamo quasi sempre.
Sean Baker regala al suo film un tono documentaristico, ricostruendo una realtà che l’aveva colpito per il suo stridente contrasto con il luccichio di Disneyland. Il bellissimo personaggio interpretato da Willem Dafoe (candidato all’Oscar per questo ruolo) tuttofare di un motel, pur tenendo fede ai suoi compiti, cerca in qualche modo di proteggere gli ospiti, con un affetto e un’empatia merce rara in un mondo di avvoltoi ed è ispirato a un personaggio reale che il regista ha incontrato durante i sopralluoghi per il film.
Opera con tutti i crismi del cinema indipendente, girata con una mano a metà fra Todd Solonz e Wes Anderson, Un sogno chiamato Floridascalda il cuore, fa sorridere, fa commuovere e sconvolge: davvero non si può fare niente per aggiustare un mondo regno dei contrasti?
Difficile dimenticare il faccino di Moona, piccola peste di sei anni e attrice quasi in fasce pronta per Hollywood, con la sua impertinente energia e il talento precoce con cui regge lunghi primi piani cambiando espressioni come una Meryl Streep in miniatura.
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