Nel nuovo film del geniale regista americano manca quel guizzo, fatto di cinismo e ironia, che caratterizzava tante delle sue pellicole precedenti. Ma la parziale delusione viene mitigata dalla bravura della protagonista Kate Winslet e dalla fotografia sempre splendida di Vittorio Storaro
Quanto amiamo Woody Allen? Io, personalmente, tantissimo e “invidio” la sua vulcanica creatività che gli permette di girare ancora oggi, a 82 anni (compiuti il 1° dicembre) un film ogni dodici mesi, in qualche annata in stato di grazia, persino qualcosa di più. In ogni sua opera c’è sempre almeno una battuta indimenticabile, anzi ben più di una. E tutta roba nuova, niente aria fritta, solo idee fresche di giornata che ci accompagnano da decine di anni, facendo il sacrosanto mestiere del cinema: divertono, commuovono, fanno ridere e fanno piangere, ci fanno sentire migliori e qualche volta peggiori, perché abbiamo tifato per i cattivi. La leggenda vuole che i divi più famosi recitino per lui a cachet sindacale, perché apparire in un suo film significa potersi appendere al risvolto della giacca la medaglia di attore doc.
In Woody Allen c’è di tutto, dal migliore cinema europeo, quello di Bergman e Fellini, ai grandi comici americani, da Groucho Marx a Chaplin e Buster Keaton, c’è il cinema di genere, ci sono gli eroi cult come Humphrey Bogart.
Ecco perché arrivo a ogni suo nuovo film – in genere nei dintorni di Natale – con un’aspettativa alta. Forse troppo.
Le prime inquadrature di La ruota delle meravigliemi fanno ben sperare perché sono una vera meraviglia. Siamo a Coney Island, corrono gli Anni 50 ed è subito favola, con la spiaggia affollata di belle ragazze, bambini, giovani e anziani, tutti felici e in costume e le attrazioni del luna park fanno tanto Fellini. Si è nel sogno dell’America post bellica, dove tutto sembra bellissimo, la felicità è a portata di mano e ha i colori chiari dell’epoca, con una prevalenza dell’arancione e del verde acido.
Ma ecco che nella favola irrompono personaggi non da favola. Ginny (Kate Winslet) donna fragile che rimpiange il passato da attrice, sposata a un uomo buono ma rude, Humpty (Jim Belushi). L’incontro casuale con un aitante bagnino aspirante scrittore (e appassionato di Eugene O’ Neill) – Justin Timberlake – le apre nuovi orizzonti. Senonché… la vita segue percorsi che non si possono dirigere e inaspettata compare la figlia di primo letto di Humpty (Juno Temple) in fuga dal marito gangster… L’intreccio è un incrocio fra le tematiche di Tennesse Williams e Eugene O’Neill, impastate da quel grande mestierante che è Woody Allen e che può ormai scrivere e girare anche a occhi chiusi.
E forse questa volta un po’ lo ha fatto. Perché se è vero che tutte le tessere del puzzle sono al loro posto, è anche vero che non succede niente di inaspettato, e quelle meravigliose battute con cui punteggiava ogni scena, quell’ironia che spargeva con un pizzico di cinismo su tutto, fregandosene del politicamente corretto (e lasciando persino – orrore per i puritani americani! – delitti impuniti) qui svaporano.
Si esce dalla sala dibattuti. Perché Kate Winslet è di una bravura che fa venire i brividi, la fotografia (sempre del fedele Vittorio Storaro) ha luci da incanto natalizio, ma… ma manca il guizzo che ci ha fatto adorare film come Manhattan o Match Point.
Un meraviglioso pacchetto natalizio, confezionato con la più bella delle carte regalo, con tanti fiocchi e lustrini, ma poi lo scarti e non è quello splendore annunciato.
Il fatto è che quando hai di fronte Woody Allen, come dal tuo allievo prediletto, pretendi il meglio e non ti lasci prendere dall’indulgenza. La ruota delle meraviglie è gradevole, ma al cuore non arriva. Non importa, lunga vita al genio di Manhattan e aspettiamo il Natale 2018.
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