A volte l’ansia di pubblicare post nei quali si mostra quanto si è felici nella vita privata o realizzate in quella professionale nasconde un vissuto che è il suo esatto contrario. Allora, meglio fermarsi a riflettere e chiedersi: “Se rinunciassi a questo strumento di relazione che cosa mi mancherebbe?”
Mi sono accorta di essere ormai diventata dipendente dai social, come se non usandoli mi perdessi qualcosa della vita e so che anche tante mie amiche vivono la stessa sensazione. Ma che senso ha? (Roberta – Genova)
Noi signore siamo grandi frequentatrici dei social network, soprattutto Facebook. Verso il quale esistono varie tipologie di approccio. C’è, per esempio, quella che “sono-mamma-solo-io-e-i-miei-figli-sono-bellissimi-e-bravissimi”. Incurante della legge sulla privacy dei minori, lei ci tiene molto a far sapere quanto è fortunata ad avere rampolli di tal genere, quanto li ama e quanto è brava a crescerli, educarli e accudirli.
Poi c’è quella che “io-lavoro-nell’azienda-più-efficiente-del-mondo” che desidera dimostrare quanto la sua fatica quotidiana sia ben riposta in un’impresa all’avanguardia e attenta alle esigenze di tutti. E ancora quella che “io-contribuisco-alla-salvezza-del-mondo”, sempre impegnata a postare tutte le iniziative a sfondo sociale possibili e immaginabili, dalla ricerca di un padrone per i cani abbandonati alla salvezza delle isole sommerse dai rifiuti. Né va dimenticata la super selfista, quella che “guardate-quanto-sono-ancora-affascinante”. Nè quella che “se-non-metto-subito-Rip-sembra–che-non-partecipi-ai-lutti”, che si tratti della scomparsa di Michael Jackson o di quella dell’anziana nonnina.
Ovviamente ci sono anche altre tipologie e alcune possono presentarsi in versione mista. Ma ci sono anche quelle che “i-social-a-me-non-interessano” e che, coerentemente, non li utilizzano, ma che anche attraverso questo rifiuto vogliono comunicare qualcosa: il diritto di dire no alle mode e al “così fan tutte”, sottolinenando che loro il tempo libero preferiscono usarlo in maniera più interessante.
Questa sintesi estrema e forse un po’ macchiettistica esula, però, da critiche o da giudizi sui contenuti. Perché Facebook e gli altri social sono solo degli strumenti a disposizione di chiunque e spetta a chi se ne serve farne un buon uso. A volte, però, si ha la sensazione di esserne sopraffatti, quasi “vittime” di un impulso incontrollabile. Quando ci si accorge di correre tale rischio, ci si dovrebbe fermare, cercando di dare uno sguardo dall’esterno e cominciando a farsi alcune domande alla ricerca della propria autenticità.
La sensazione di malessere va colta, infatti, come un’occasione per fare il punto della situazione in quel preciso momento della propria vita e porsi interrogativi come “Dove mi trovo?”, “Che cosa voglio davvero comunicare?”, “Perché pubblico proprio alcuni contenuti e non altri?”. E infine, il quesito fondamentale che ne deriva: “Potrei rinunciare ai social? E, se lo facessi, che cosa mi mancherebbe?”.
Sono state fatte già molte ricerche sull’utilizzo dei social e sul loro significato e da alcune di esse è emerso che dietro alla continua esposizione della propria felicità familiare o della propria soddisfazione professionale in realtà si nasconde spesso un vissuto contrario. Può essere che sia effettivamente così. Di certo, i significati più profondi delle azioni di un individuo possono a volte rivelare il contrario di ciò che egli pensa di se stesso. Ma, se ci si pongono le domande con onestà e senza la paura di scoprire anche ciò che non piace del proprio modo di essere, si acquisisce un po’ più di consapevolezza che potrà risultare di grande aiuto quando nelle relazioni in carne e ossa, e non più attraverso un social, le situazioni della vita metteranno ognuno di fronte a ciò che è davvero.
Come dice lo psichiatra Vittorino Andreoli, utilizzando i social “abbiamo perso l’individualità, crediamo di avere un potere che è inesistente. L’individuo non sta nelle cose che mostra, ma in ciò che non dice. Invece i social ci spingono a dire tutto, ci banalizzano. I social sono un bisogno di esistere, perché siamo morti. Creano una condizione di compenso per le persone frustrate. Quando non si sa più distinguere tra virtuale e reale è pericoloso”.
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Illustrazione di Paolo Beccalli (All right reserved) Facebook: Yukio – Paolo Beccalli art Instagram: @yukio_paolobeccalli.art
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