Si tratta di una consapevolezza che acquistiamo molto tardi, forse, ma se la possediamo possiamo usarla per aprire le porte a nuovi modi di essere e di vedere, a nuovi modi di operare, con piena e matura esperienza di sé
Esiste una serie di definizioni curiose per l’incapacità di riconoscersi dei meriti. Tante quante ne esistono per l’incapacità di rendersi conto dei propri limiti. Abbiamo la sindrome dell’impostore, (interessante che venga descritta come comune alle donne di successo) o il suo speculare effetto Dunning-Kruger, per esempio. Non ne scriverò in maniera particolarmente accurata, perché ci sono già fior di articoli rispetto ad entrambe le cose e perché non colgono necessariamente il punto sul quale vorrei porre l’attenzione. Si tratta più di un atteggiamento, un’attitudine, un assunto culturale introiettato insieme al latte materno e ai primi omogeneizzati: la competizione. Si compete per un voto, per un posto, perfino per lanciare un ordine al bancone del bar. Ma perché?
E perché facciamo tutta questa fatica, ci usiamo tutta questa violenza, per ottenere infine qualcosa che ci rende infelici finché non ce ne liberiamo? Un matrimonio infelice, un lavoro noioso, una posizione stressante.
Viviamo in attesa della fine di una guerra immaginaria
Una guerra che trova il suo unico, reale fondamento in un sistema di competizione che non ha nulla a che vedere con una reale crescita, data invece da sistemi collaborativi. Ricordo in un colloquio con un’agenzia la frase che mi venne detta da una donna peraltro molto intelligente: “ Anna, tu sei troppo fragile, in questo ambiente, ti si mangiano”. E ricordo di aver cercato di farmi un’immagine di estranei che mi strappavano la carne con quei denti perfezionati da faccette in porcellana, gli spintoni, i graffi crudeli alla giugulare con unghie ordinate e ben laccate. Non poteva essere questo. E così mi sono domandata che altro avrebbero potuto davvero farmi? Incolparmi di errori loro, farmi licenziare, denunciare, spingermi a lanciarmi da un balcone del settimo piano perché non entravo in una taglia 40? Avrebbero potuto farmi piangere? Io sapevo fare il mio mestiere, con certezza, perché ( fu la domanda successiva), perché diamine avrebbero dovuto “mangiarmi”? Racconto questa storiella perché mi sono resa conto del fatto che la maggior parte dei sistemi di competizione che si mostrano in frasi simili, non reggono alla domanda di un bambino: “ perché?” La sensazione precisa che ne esce, per quanto si cerchi di complicare la risposta è che facciamo parte di un sistema gerarchico animale che per la propria evoluzione e sopravvivenza sceglie gli individui migliori dando loro maggiori possibilità di riproduzione. Ok, bene. Guardiamoci intorno e facciamoci due domande, allora. Ora facciamocene altre due, come minimo. Veramente gente che spintona al bar, critica senza costruire, sfrutta i poveri fino alla morte, potrebbe in alcun mondo essere considerato l’individuo migliore? Quale massa di individui migliori vogliamo davvero che ci dica in cosa siamo bravi? In cosa siamo competenti? Quali briciole di fama o di denaro bastano a comprare la nostra soddisfazione? Io sono certa di quello che faccio, certa di esserne capace.
Mai abbastanza
Quando mi è stato chiesto cosa mi desse questa sicurezza ci ho pensato a lungo. Credo che si tratti del fatto che sono guidata dalla passione,molto più che dalla competizione e non provo vergogna ad ammettere di non sapere qualcosa, non provo vergogna a chiedere. Ma non posso vantare questa stessa sicurezza al di fuori di quell’ambito. Laddove la competizione non è entrata nella mia coscienza lavorativa, è entrata però nella mia dimensione personale. Mai abbastanza. Mai abbastanza bella, mai abbastanza giovane, mai abbastanza meritevole e via dicendo. Ma davvero? In un mondo di uomini che passano la vita ripiegati sul loro pene, abbiamo finito per starcene lì piegate anche noi, a calcolare la data di scadenza della nostra vagina. E’ questo il nostro tempo? La nostra esperienza? Oggi sorrido, quando immagino un periodo storico nel quale abbiamo davvero, complessivamente creduto di essere una costola invidiosa del pomo. Mia madre è sempre stata una donna onesta, estremamente fragile. Per certi versi ho sempre temuto contenesse una cannula di vetro capace di ucciderla, di farla morire dissanguata di fronte ai miei occhi di ragazzina, per via della critica sbagliata, di un colpo più violento di altri nella dura lotta per la sopravvivenza. E anche questo fa ridere. La lotta era fittizia, la probabilità che condizioni climatiche estreme, animali selvaggi o la fame la uccidessero erano decisamente inferiori della possibilità che lo facesse il benessere eccessivo.E allora, esattamente, per cosa ci si veste ancora la mattina indossando una camicia di seta con lo spirito con il quale si indosserebbe un’armatura? Senja, da “xenia” la straniera. Un nome, un destino. Era poco più di una bambina quando capitò in Italia, una ventenne quando ebbe la prima figlia. Non l’ha rinforzata l’esperienza del mondo, l’ha rinforzata l’esperienza di sé. Un giorno le ho chiesto se non avesse timore, di tornare, di riaffacciarsi a luoghi che, forse, per lei, sono stati anche fonte di esperienze dolorose. Mi ha risposto: “ No, perché ora, so chi sono”.
L’esperienza di sè
In questi giorni mi sto domandando se, finalmente “scadute” agli occhi della competizione, non si possa veramente arrivare a riappropriarsi così di una coscienza di sé che prescinda da quella grande fantasia carnevalesca del “successo”. Se non ci si possa liberare delle armature e prendere finalmente in mano un’esperienza di sé da insegnare alle generazioni a venire. Quella coscienza autocritica privata da un giudizio esterno inutile come il finto cannibalismo degli ambienti di lavoro. I maghi hanno una formula per definire la propria identità : “ l’esperienza è tutto quello che abbiamo”. E in fondo mi trovo a essere d’accordo con loro. E’ questo, alla fine, quel che ci resta. Ma la più importante, probabilmente, quella capace di dare un senso alla nostra esistenza, è l’esperienza di noi stessi. Quell’esperienza che ci porta a dire “ora, io so chi sono”. Possediamo questa chiave molto tardi, forse, ma la possediamo e possiamo usarla per aprire le porte a nuovi modi di essere e di vedere, nuovi modi di operare, invece di cavarci fuori dal mondo e sperare nelle nuove generazioni, loro non lo sanno che non devono aver paura del giudizio di un vecchio xenofobo frustrato dalle rinunce, o dell’opinione di un direttore marketing impreparato. Non sanno che i titoli sono una conquista e non un’arma. Lo sappiamo noi. Forse potremmo raccontarlo ed esserne l’esempio, prima che sia davvero troppo tardi. Per tutti.
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