Una maternità mancata, anzi durata solo venti ore dopo i gioiosi nove mesi dell’attesa: la giornalista Michaela K. Bellisario ripercorre con coraggio il suo dramma nel romanzo “Parlami di lei”. Per aiutare altre donne a uscire dalla disperazione, ma anche per dare un senso alla breve vita della sua bambina. Come spiega in questa testimonianza esclusiva
“Ho letto il tuo libro Parlami di leidopo il lavoro, ogni sera, e per molte sere è stata la mia culla. Non riuscivo a separarmene, ora è fisso sul mio comodino. Ogni tanto ne leggo una pagina e mi rincuora”.
Ogni giorno ricevo almeno una mail del genere da donne e mamme mancate come me. Mi incoraggiano: non sono sola. Quando mi chiedono perché ho voluto scrivere un libro su mia figlia Carolina, morta dopo la nascita, rispondo sempre che la sua storia mi scoppiava dentro, che avevo bisogno di raccontarla e farla sentire viva almeno nelle mie parole. Lei è vissuta per venti ore prima di essere sconfitta da un’assurda infezione batterica. Parlami di lei, appunto. Perché è stata la sua assenza, il vuoto, quella promessa mancata ad alimentare il dolore nei mesi successivi. Vedevo le pance gonfie, come cocomeri, delle altre donne – più fortunate di me – e ogni giorno morivo un po’ dentro. Quando la natura ti sconfigge non sai a chi appellarti per trovare consolazione: eppure la tua bambina era dentro di te. Viva. Queste tragedie poi si vivono da sole, con il conforto della famiglia, ma non della società. Non c’è tempo, né voglia di fermarsi a piangere, the show must go on. Invece si ha un disperato bisogno di parlarne con qualcuno. Ma non è poi così semplice.
Nel romanzo, Alexandra, la protagonista, per mesi non riesce ad affrontare la perdita con il suo compagno, Andrea. Perché poi l’elaborazione del lutto è individuale, non è di coppia. Nel tunnel della sofferenza mi sono ritrovata, da sola, a riflettere su molte questioni: sul senso della perdita, sul rapporto con il padre di nostra figlia, sul senso stesso della maternità, che peraltro non si è mai più ripetuta nella vita.
Lungo la mia strada però sono stata fortunata: ho trovato diverse luci accese; persone che, come una lanterna nell’oscurità, mi hanno illuminata. Ho capito con il tempo che si può essere madre in altri modi e che il dolore può essere trasformato in qualcosa di creativo. Prima della gravidanza ero una donna definita attraverso tutte le sue attività, il lavoro di giornalista in primis. Adesso sono altro, sono una donna che si guarda dentro prima di tutto, una donna per la quale è solo il cuore a essere importante.
Dalla mia esperienza sono nati tanti piccoli fiori, ma ci sono dovuta passare in mezzo per uscirne. La chiamano resilienza. Nel frattempo ho creato un blog per quarantenni a margine di un altro mio libro, Glam a 40 anni, che sta incoraggiando tante donne a prendersi cura di se stesse. Ho creato un gruppo su Facebook, Parlami di lei – Storie di maternità negata, in cui cerchiamo di condividere solo messaggi positivi.
Il risultato più grande è stato però Parlami di lei, conteso all’asta tra le più importanti case editrici italiane e ora pubblicato da Cairo editore. Ho pianto durante la sua stesura: ricordare significa riportare a galla emozioni. Ma ho fatto la cosa giusta: quando presento il memoir nelle librerie si avvicinano persone che mi dicono “Grazie, hai dato un volto anche a mio figlio”. Questa è il mio impegno adesso: poter essere d’esempio e d’aiuto a persone che, come me, hanno subito una perdita e stanno cercando di trasformare il veleno in medicina.
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