Nella pellicola, che affronta il tema delle morti bianche ed è interpretata dalla compagna dell’attore, Chiara Martegiani, ci sono la sua delicatezza, il suo impegno, la sua fede in un mondo migliore e la sua sensibilità
RIDE
Un film di: Valerio Mastandrea con Chiara Martegiani, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Arturo Marchetti e conMilena Vukotic
C’è tutto Valerio Mastandrea in questo suo primo film. Ci sono la sua delicatezza, il suo impegno, la sua fede in un mondo migliore, la sua sensibilità. Per il suo esordio ha scelto una storia pulita, semplice: quella di una donna ha perso il marito, per colpa di una delle tante – e così spesso dimenticate – morti bianche. Il funerale sarà il giorno successivo e lei per una settimana ha dovuto affrontare tutto, i parenti, il sindacato, i compagni di lavoro, l’avvocato. Quando si muore così all’improvviso, chi resta non ha il tempo di farsene una ragione, di elaborare il lutto, di lasciarsi andare al dolore. Lo sgomento che lei e il figlio provano prende per sé tutto lo spazio, non hanno i codici per una situazione così, devono gestire, controllare, forse hanno voglia di non pensare a nulla e scoppiare a piangere, ma le lacrime non arrivano. E senza lacrime, non c’è liberazione, ma solo il senso di colpa per non riuscire né poter manifestare quello stare male che sta mangiando l’anima a loro che sono restati.
Che dovere hanno nei confronti del marito e padre? Cosa dire a quella processione di vicini, parenti, amici, persino il primo amore dell’uomo, che bussano alla porta del loro modesto appartamento a Nettuno, sul litorale laziale? Cosa può fare chi resta quando il dolore è così improvviso e così ingiusto da non riuscire neppure a manifestarlo?
Questo racconta Valerio Mastandrea con piccoli precisi tocchi, con una macchina da presa attenta, affettuosa nell’inquadrare la protagonista che è anche la sua compagna. A volte ci si stupisce perché Chiara Martegiani parla come lui, persino si muove come lui in un’identificazione fatta di comunità di intenti e di corrispondenze di amorosi sensi nel voler raccontare questa storia.
Il bambino non capisce la madre, subisce imbevendosene la sua difficoltà, e il suo dolore si colora di rabbia e di impotenza. La morte di un padre, evento troppo grande per essere metabolizzato, si mescola con i piccoli problemi della sua età e non è vero che la sofferenza faccia maturare. Fa solo un gran male. Man mano affiorano altri dettagli, il padre operaio nella stessa fabbrica, il fratello pecora nera, i compagni della fabbrica vittime designate di un futuro, anzi di un presente, dove il lavoro non regala più l’orgoglio dell’appartenenza.
Film di primi e primissimi piani, di pennellate pudiche, di voglia di raccontare un mondo dove l’affettività e la giustizia non muoiono assieme a chi se ne va e sanno contrastare l’indifferenza. Finale in crescita, anzi, finali (a un’opera prima si perdona il fatto di averne messo più d’uno), perché l’autore doveva soddisfare l’urgenza di dire tutto, di chiudere le fila di ogni discorso iniziato, quelli più intimi e quello politico. Film limpido di profonda onestà. Grazie, Valerio.
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