RIFLESSI DI CINEMA

Gabrielle e la ricerca della “cosa” principale

di  | 
In "Mal di pietre" Marion Cotillard è l’incarnazione femminile del desiderio negato e di tutto quello che si è disposte a fare per affermarlo. Un film da non perdere

 

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MAL DI PIETRE
di Nicole Garcia
con  Marion Cotillard, Alex Brendemuhl, Louis Garrel.
Dal romanzo “Mal di pietre”, di Milena Agus (Edizioni Nottetempo)
Nelle sale dal 13 aprile
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Gabrielle fa paura a tutti. Non è come le altre. A casa non sta seduta a tavola con i genitori e la sorella. Prende il piatto, si alza e mangia appoggiata al calorifero, sguardo contro il muro, scrive lettere appassionate al suo scandalizzato professore usando parole audaci che nessuno le ha insegnato.
Si spoglia la sera in controluce dietro la finestra della sua camera, mostrandosi ai braccianti che si riposano nell’aia, dopo la giornata passata a raccogliere lavanda. Il corpo di Gabrielle brucia. Sogna una vita diversa, è sicura che esista e anela “la cosa principale”, ma non sa come fare a conquistarla. Entra nel ruscello oltre il prato di casa, sollevandosi la gonna leggera offrendo le sue intimità nude allo sciabordio dell’acqua ed è quello il suo modo di percepire tutta la potenza dell’origine del mondo. Il suo corpo brucia, ma la Francia contadina degli anni Cinquanta non glielo concede. Non lo permette né a lei né a nessun’altra.

C’è stato un tempo neppure così lontano in cui le donne non avevano diritti, ma solo doveri. Non potevano gestire un’impresa, non potevano ereditare, non potevano decidere con chi sposarsi. La loro era una vita predeterminata: mogli e madri, dopo essere state figlie. Ma la proibizione più grande era il divieto di desiderare. Non dichiarato, non esplicitato ma inculcato con muta violenza in ogni frammento di educazione fin dalla più tenera età. Sensualità, passione, carne, erano il peccato mortale. Nel piacere risiedeva il germe rivoluzionario della ribellione, capace di scardinare l’ordine sociale. Le brave ragazze non anelavano ai sentimenti proibiti, chi trasgrediva veniva guardata con diffidenza e presto emarginata. Da lì ad essere marchiata come pazza il passo era breve.
I “manicomi” (troppo generoso definire ospedali psichiatrici quei luoghi di strazio) erano l’ultima spiaggia per troppe donne che nelle due età più vulnerabili, l’adolescenza e l’arrivo della menopausa, avevano cercato di sottrarsi al loro destino. In campagna – i contadini non hanno mai brillato per spinte progressiste –  il bigottismo e la conseguente repressione raggiungevano i livelli più esasperati, ma anche le famiglie della buona borghesia pullulavano di cattive ragazza fragili di nervi.


Di quel tempo in cui alle donne non era concesso desiderare racconta il bel libro di Milena Agus, pubblicato una decina di anni fa e ambientato nella Sardegna degli anni Cinquanta, libro che l’ex attrice Nicole Garcia non ha avuto paura di “tradire” e plasmare a sua misura per realizzare un film fiammeggiante. La regista, come dovrebbero fare tutti gli autori, si è impossessata della vicenda, l’ha fatta sua e l’ha trasferita nelle terre che conosce e ama,  la campagna della Francia del sud di una bellezza che spezza il cuore, fra distese di lavanda e angoli di mare dalle rocce rosse inondate dal sole.
La storia non cambia, ma è sfrondata dalle vicende generazionali e dalla cornice e ne è conservata solo l’essenza che colpisce al cuore: protagonista assoluta è Gabrielle e il suo disperato miraggio della “cosa principale”. Per rincorrerla è disposta a tutto, la sua è una ricerca che sfuma nella rabbia e sconfina nella follia.


Non si rassegna al matrimonio con un brav’uomo che la ama ma che lei non ama e lo tiene a bada come può, senza mai mentirgli su quello che prova, neppure quando finalmente trova quello che tanto cercava: la passione, quella vera, unica, quella che ti fa andare in tumulto l’anima.
L’oggetto del desiderio è un reduce dalla guerra d’Indocina (nel romanzo era la seconda guerra mondiale). Gabrielle lo incontra in una clinica svizzera dove è andata a curare il suo “mal di pietre”, il malessere che la perseguita, che sono sì calcoli renali ma anche metafora di qualcosa di esistenziale, perché finché le pietre che pesano sul suo cuore e sul suo ventre la zavorrano alla terra quando lei vorrebbe invece volare.


La marcia in più del film si chiama Marion Cotillard che, proprio come la regista, ha fatto sua la storia arricchendola con le sue emozioni e diventando inquadratura dopo inquadratura tante donne diverse.
La sua Gabrielle è sognante, folle, disperata, appassionata, rabbiosa, ardente e furiosa, di impalpabile eleganza a ogni gesto, con un corpo che sprigiona sensualità anche con una vestaglietta da malata e così intensa da illuminare con la luce dei suoi occhi sgranati persino i paesaggi che la circondano e le stanze tristi del sanatorio. Marion – Gabrielle è l’energia vitale indomita, “la forza che dal verde calice sospinge il fiore”, per dirla con Dylan Thomas, è l’incarnazione femminile del desiderio negato e di tutto quello che si è disposte a fare per affermarlo.
Magica in ogni momento, riesce persino a farci digerire l’inadeguatezza di Louis Garrel nel ruolo dell’oggetto del desiderio, perché l’attore francese, bello, sì, bellissimo come richiedeva il ruolo, è affetto ahimè da un  narcisismo così esasperato da piegare ogni personaggio ai suoi voleri invece di interpretarlo con generosità, facendosi da parte. Che sia un attore nella Francia degli anni Venti (vedi Planetarium), un tenente dell’esercito (qui), o un giovane uomo contemporaneo nella mani di un regista indipendente (decine di altri film), è sempre ancorato irrimediabilmente a se stesso, lo sgualcito intellettuale gauche caviar del XVI arrondissement, con la sacra arte nei nobili lombi.

Film di emozione e poesia, acquarello d’artista sulla “cosa principale”, il film racconta le relazioni in tutte le declinazioni, il furore della passione ma anche la delicatezza della lenta,  faticosa costruzione di un amore coniugale.

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