RIFLESSI DI CINEMA

La lotta di classe nel segno di Totò

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"Merci, patron!", film documentario del francese François Ruffin, racconta l'ingegnosa truffa di due licenziati al padrone capitalista. Ma più che Marx viene in mente il principe de Curtis

 

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MERCI PATRON!
film documentario di  François Ruffin
con François Ruffin, Bernard Arnault, Jocelyne Klur, Serge Klur
Nelle sale dal 1 maggio
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Michael Moore ha fatto scuola e proseliti in tutto il mondo col suo modo innovativo e travolgente di realizzare documentari, mettendosi in gioco e in primo piano (appare in gran parte delle inquadrature), provocando l’interlocutore e piegando la realtà a sua misura e ai suoi voleri, senza inchinarsi all’obiettività giornalistica di scuola anglosassone e ignorando di principio le pari opportunità fra criticato e criticante, ma riuscendo a far digerire allo spettatore anche le tematiche più ostiche, grazie all’irriverenza dello sberleffo. Si respira lo stesso stile di ironica leggerezza in Merci, patron, il documentario di François Ruffin, vispissimo giornalista francese, caporedattore di Fakir, rivista alternativa e di sinistra, amica della satira, una sorta di connubio fra lo storico Il Male e Il Manifesto.

Di che cosa parla il film? Sul banco degli imputati siede il ricchissimo Bernard Arnault, gran patron della multinazionale del lusso LVMH, che vanta un giro d’affari di 30,6 miliardi incrementati di venti volte negli ultimi vent’anni. Crescita che non è stata priva di dolorosi contraccolpi, con chiusure di fabbriche (fra le altre anche nel nord della Francia), licenziamenti in blocco (soppressi 8mila posti di lavoro) e quindi centinaia di famiglie sul lastrico. La strada scelta da Arnault, non differente in questo dalla maggior parte della produzione attuale, è quella della delocalizzazione verso Paesi dal basso costo del lavoro.

“Perché un’azienda deve pur guadagnare”, spiega in un’intervista uno dei dirigenti – francese – della fabbrica aperta in Polonia “e se qui i costi aumenteranno, ci sposteremo in Bulgaria. E se aumenteranno anche lì, andremo da un’altra parte: un’impresa deve badare prima di tutto agli utili”.


Sarà anche vero quello che dice la voce narrante fuori campo, che un abito firmato venduto a 1000 euro in boutique ne costa solo 30 di mano d’opera, ma non è certo così che si fanno i conti ed è in momenti come questi che l’allegra demagogia di Ruffin infastidisce un po’, benché visti i tempi duri che viviamo vince il motto, “à la guerre comme à la guerre”.
Conclusione scontata, dunque, nella prima parte del documentario: il capitalismo dei giorni nostri non ha un’anima (se mai l’ha avuta in passato) e del resto non si possono servire al tempo stesso Dio e il denaro. Lo stesso spettatore perplesso su quanto costa un vestito di lusso riflette a questo punto sulla disfatta dell’imprenditoria illuminata che pur esisteva un tempo e qualcosa di buono nel secolo scorso l’aveva anche fatto, ma che oggi, ahimè è stata completamente smantellata, perché, a parte sparutissime eccezioni (una per tutte, Cucinelli) la situazione generale è catastrofica e non serve che stia a dirvelo io, perché tutti siamo consapevoli di quante vittime giacciono sul terreno da quando la finanza ha la meglio su economia e mercati.
Ma tant’è, questo è il Capitale, bellezza, e finora non siamo riusciti a inventarci granché per arginare questa suicida deriva.


Ci riesce in uno scontro alla Davide contro Golia il “pastorello” Ruffin contro il gigante Arnault comprando una manciata di azioni LVHM e infiltrandosi alle assemblee del gruppo dove interviene per dire la sua. Sipario di breve durata, perché ben presto viene zittito: la multinazionale si inventa l’apartheid dei piccoli azionisti che non hanno più il diritto di sedere al tavolo dei grandi. Ruffin non si dà per vinto e fa ancora una volta ricorso alla sua creatività, in bilico fra situazionismo anarchico e inchiesta sociale, alla ricerca degli scheletri nell’armadio del miliardario e dei modi per avere la meglio su di lui.
Arnault non spicca per limpidezza (ha cercato di tagliare la corda e prendere la cittadinanza belga per non pagare le tasse in Francia, ma il governo francese l’ha sgamato e ha dovuto rinunciarci) e pur con l’eleganza che contraddistingue un uomo che fra i suoi marchi conta pure Louis Vuitton, Bernard il miliardario non ha mai smesso di sfoggiare con orgoglio i suoi modi da filibustiere, ma persino uno come lui non può permettersi di avere contro l’opinione pubblica ed è proprio su questa debolezza che Ruffin mette in campo il suo cavallo di Troia.
Merci, patron, dopo aver chiarito il contesto, impone al film una brusca sterzata facendo diventare protagonista della storia la famiglia Klur, marito e moglie ex dipendenti licenziati e sull’orlo della bancarotta, inventando una truffa ai danni del “Padrone”. Non vi sto a spiegare il meccanismo che metterà in ginocchio Arnault e come i nostri strampalati eroi riusciranno a scucirgli i 30mila euro indispensabili per non perdere tutto, perché preferisco riflettere su altro.


Il primo grande merito del film è riuscire a spiegare i perversi meccanismi della odierna imprenditoria e le sue devastanti conseguenze, con immediatezza e semplicità, sulla scia dei migliori film di Michael Moore e di tutta la nuova stagione del documentario.
La seconda riflessione è piuttosto un dubbio sul rapporto fra i Klur, disoccupati, disperati e ingenui, una coppia di poveracci, e Ruffin che in certi momenti li muove come marionette così, pur facendo salva la buona fede dell’intera operazione (alla fine i soldi alla famiglia arrivano e il lavoro pure) si avverte un tale squilibrio di competenza e cultura fra il regista e la coppia che in certi momenti sale una sensazione di fastidio e si affaccia il sottile sospetto della manipolazione.
L’aspetto più sconvolgente infine è un altro: possibile che i responsabili di un’azienda come la LVHM siano così sprovveduti e idioti? Possibile che tutto sia finito così? E, dopo il classico “The end”, che ne è stato di tutta la questione? Insomma, non per fare le pulci, ma qualcosa non quadra in tutta la faccenda.
Tornando al film e dopo esserci scrollati di dosso l’inevitabile divertimento e l’adesione emotiva catartica che provoca la vittoria di Davide contro il colosso Golia e le risate per la truffa sberleffo al cattivo capitalista, viene voglia di ragionare su questioni più serie. Qualcosa di molto importante è definitivamente tramontato nelle relazioni dipendenti-padroni da quando è venuta a mancare una seria mediazione sindacale che sola è garanzia di una vera correttezza e apre la strada a costanti conquiste e riforme. Ma le carenze sono da ambo le parti: non solo i sindacati sono impotenti, e incapaci e a volte corrotti e corporativi e quant’altro, ma anche da parte aziendale mancano interlocutori competenti e come si diceva un tempo, la volontà politica di esserlo. Purtroppo i dipendenti sono considerati sempre più un costo e mai una risorsa. Di sicuro non si risolvono i problemi della globalizzazione con una truffa che fa venire in mente Totò intento a vendere la Fontana di Trevi allo sprovveduto italo-americano.
E ancora con rammarico concludiamo: non è una risata che seppellirà Arnault e neppure l’inumano capitalismo finanziario mondiale. Ma questo è solo cinema, bellezza.

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