La scrittrice americana (interpretata da Cynthia Nixon, la Miranda di “Sex and the City”) è un’eroina femminista alla quale ogni conquista e ogni riscatto sono stati negati ma che ora è immortalata in “A quiet passion”
A QUIET PASSION
di Terence Davies con Cynthia Nixon, Jennifer Ehle, Keith Carradine, Catherine Bailey.
Un ossimoro, un titolo perfetto. Due concetti in apparente opposizione, silenzio e passione, eppure per sintetizzare la vita della poetessa Emily Dickinson davvero non poteva esserci un titolo migliore di A quiet passion a raccontare il tumulto trattenuto che ha fatto sgorgare silenziosamente fiumi di emozionanti versi. L’altro sorprendente contrasto è l’attrice che il regista inglese Terence Davies ha scelto per il ruolo della poetessa americana: Cynthia Nixon. Il nome forse vi dice poco, ma l’avete vista almeno cento volte, poiché è la Miranda di Sex and the City.
La silenziosa, appassionata vita di Emily inizia nel 1830, a Amherst, nel Massachussetts. Figlia di un avvocato e politico, un fratello e una sorella, una madre che oggi definiremmo depressa e allora affetta da perenne malinconia, Emily trascorre tutta la sua esistenza rinchiusa nell’universo claustrofobico eppure amatissimo della sua famiglia, fra la bella casa e il giardino con rarissime uscite che avevano per meta la chiesa locale. Da ragazzina viene espulsa dal collegio dove era stata mandata per i suoi modi irriverenti, frutto di una ribellione che si fa troppo presto silenzio e poesia.
La Dickinson incarna la gabbia in cui per secoli si sono consumate le donne, non-persone a cui era precluso praticamente tutto. A chi non si accomodava, più rassegnata che innamorata, alla convenzione del matrimonio, come la Dickinson, non restavano che le interminabili giornate passate fra le mura domestiche ad accudire chi si ammalava, a ricamare e a portare avanti una vita di cui non si riusciva a vedere il senso.
Eppure Emily è diversa, è brillante, intelligente, arguta, curiosa, colta, legge avidamente tutto, scrive meravigliosamente mettendo su carta emozioni e dolori e dentro di lei vibra un turbinio di desideri, impulsi, idee. Ma non c’è la possibilità di una via d’uscita, non ci sono alternative immaginabili perché le donne sono soffocate e represse, vittime d’elezione dal puritanesimo che affliggeva la società borghese americana dell’800.
Il film riesce a raccontare tutto questo prendendo a prestito il rigore dell’epoca, con inquadrature pittoriche pacate, senza nessuna frenesia di montaggio, in cui si apprezza il gusto dell’affresco di ambienti eleganti ma tragicamente algidi a cui fanno da contrappunto però dialoghi così intensi, veloci e intrisi di ironia, che spesso viene voglia di appuntarseli. Si soffre seguendo la storia della poetessa e del suo grandioso talento a cui è negato ogni sbocco, perché neppure la più fervida immaginazione e lei ne era dotata, poteva prefigurare una vita diversa, una via di fuga, un’impennata di salvezza.
Emily ha rapporti solo con la sua famiglia e appena un po’ con un’amica volitiva che pure non trova strade diverse da un rassicurante matrimonio perbene, ma nonostante questo i suoi quaderni si riempiono di versi sempre più belli, sempre più maturi, vibranti di emozioni uccise in culla. Ma gli orizzonti femminili non potevano avventurarsi oltre la siepe del giardino di casa.
E le passioni, il desiderio inappagato di conoscere l’amore, l’angoscia per la transitorietà della vita sono state profuse nelle poesie, moltissime, quasi una al giorno, scritte fitte fitte sui quaderni e diventate famose e amatissime solo decenni e decenni dopo la sua morte. Un’eroina femminista a cui ogni conquista e ogni riscatto sono stati negati ma che ora è immortalata in un film che è pura poesia.
Se tu venissi in autunno, io scaccerei l’estate,
un po’ con un sorriso, un po’ con dispetto,
come scaccia una mosca la massaia.
Se fra un anno potessi rivederti, farei dei mesi altrettanti gomitoli
Da riporre in cassetti separati, finché arrivasse il tempo.
Fosse l’attesa soltanto di secoli, li conterei sulla mano,
sottraendo fin quando le dita mi cadessero nella terra di Van Diemen.
Fossi certa che dopo questa vita la tua e la mia venissero,
io questa la getterei da parte come una buccia
e assaggerei l’eternità.
Ma ora ignoro l’ampiezza del tempo che intercorre a separarci,
e mi tortura come un’ape fantasma
che non vuole mostrare il pungiglione”.
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