Oggi i medici dispongono di farmaci che simulano l’azione di ormoni intestinali naturali GLP-1 e GIP, aprendo nuove possibilità per il trattamento dell’obesità
L’obesità dilaga come un virus, contagiando paesi che fino a non molto tempo ne erano immuni. È il caso, per esempio, delle nazioni del Terzo Mondo, che dietologi e nutrizionisti considerano ormai territorio a rischio almeno quanto i paesi più moderni e industrializzati. Le maggiori preoccupazioni nascono dal fatto che il sovrappeso facilita la comparsa di malattie di una certa importanza. «L’obesità non è solo un fattore di rischio, ma una vera e propria malattia cronica, riconosciuta come tale da numerose organizzazioni internazionali e società scientifiche, ed è spesso accompagnata da molteplici patologie correlate », spiega Giorgio Sesti, professore ordinario di Medicina interna all’università Sapienza di Roma durante il 125° congresso nazionale della Società di Medicina interna.
UNA NUOVA EPIDEMIA
Il forte aumento di peso espone a problemi respiratori, affaticamento di ossa e articolazioni, specie a carico dell’anca. Ed è un fattore di rischio anche per una serie di problemi come quelli cardiovascolari, le alterazioni a livello di trigliceridi e colesterolo, i tumori, le malattie digestive e, sul piano psichico, persino la depressione. Ma i chili in eccesso si fanno sentire soprattutto su cuore e apparato circolatorio: l’aumento del volume di sangue che circola, infatti, costringe il cuore a lavorare di più. Inoltre, tra le malattie correlate con l’obesità c’è il diabete di tipo 2, quello che non dipende dall’insulina, che si manifesta 3 volte maggiormente negli obesi, così come l’elevata assunzione di lipidi e sodio, presenti in dosi massicce nell’alimentazione di questi individui, che provoca una forma di ipertensione. Dunque, l’obesità non è solo un problema estetico, ma è anche e soprattutto un problema che mette seriamente a rischio la salute.
L’ORIGINE DEL PROBLEMA
Ma che cosa si intende per obesità? L’obesità è un eccesso di grasso che si accumula nel corpo quando si crea uno squilibrio tra l’energia assunta con il cibo e quella consumata per far fronte alle funzioni vitali, come il respiro, il battito cardiaco, la digestione o l’attività fisica e intellettuale. Le calorie in più vengono immagazzinate nelle cellule adipose. Tuttavia, questa spiegazione da sola non basta. Perché l’obesità si manifesti come malattia devono concorrere diversi fattori che derivano sia dalla predisposizione personale sia dal comportamento e dall’ambiente.
Il grasso viscerale è quello più pericoloso
CURE SEMPRE PIÙ MIRATE
Oggi, per la prima volta nella storia, medici e pazienti hanno a disposizione farmaci che mimano l’azione di alcuni ormoni naturali presenti nell’intestino, come il GLP-1 e il GIP. E si tratta di terapie altamente efficaci e dotate di un buon profilo di sicurezza. «Il vero elemento di novità è che le loro potenzialità sono state trovate per caso e che le stiamo scoprendo di giorno in giorno», continua il professor Sesti. «Questi farmaci, infatti, non trattano solo il diabete di tipo 2, ma migliorano la secrezione insulinica, tengono sotto controllo l’obesità, rallentano lo svuotamento gastrico che dà un senso di sazietà e agiscono sui centri cerebrali della fame e della sazietà». Gli studi condotti di recente hanno dimostrato che sono dotati anche di effetti di protezione sia a livello cardiovascolare, in quanto riducono l’aterosclerosi, la pressione arteriosa, sia a livello renale, in quanto limitano la perdita di proteine con le urine e il declino della funzionalità renale. «C’è tutta una serie di nuove osservazioni sugli effetti benefici di questi farmaci che si estende ad altri organi e apparati, – conclude Sesti -. Per esempio, potrebbero proteggere dalle malattie neurodegenerative, dato che sono in corso numerosi studi clinici per valutare i loro effetti sulla demenza e sulla malattia di Parkinson. Molto interessante è anche il filone di studi sulla steatosi epatica. Questi farmaci non si limitano a ridurre l’infarcimento di grasso nel fegato, ma rallentano anche la progressione del danno epatico verso la fibrosi e la cirrosi».
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