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“Un valzer tra gli scaffali”, amore (ma non solo) al supermercato

Il film di Thomas Stuber, al di là della vicenda sentimentale che racconta, è anche una fotografia impietosa del mondo di oggi, dove non c’è più posto per la speranza, un universo dove faticano a sopravvivere i sentimenti

 

UN VALZER TRA GLI SCAFFALI

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Regia di Thomas Stuber
Con Franz Rogowski, Sandra Huller

4 stelle ok

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Non fidatevi: il film non è, come leggerete un po’ dovunque, una storia d’amore romantica fra gli scaffali di un supermercato. Sì, è anche questo, ma contiene molto, molto di più.
Tratto dal racconto di Clemens Meyer, Un valzer tra gli scaffali è piuttosto una fotografia impietosa di cosa è diventato il mondo di oggi, un universo dove non c’è più posto per la speranza, dove faticano a sopravvivere i sentimenti.
Certo, la trama all’osso è quella di un giovanotto e della sua delicata storia con la commessa del reparto dolciumi, che non smetterà mai di chiamarlo affettuosamente “il novellino”. Ma è tutto il contesto a dare forma, corpo e senso al film. Ovvero la fotografia del mondo intero, concentrato nell’ipermercato perso nelle lande dell’ex Germania Orientale.

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I due impiegati si sosterranno
, si ameranno e si lasceranno per poi ritrovarsi. Intanto il “novellino” apprende il mestiere, impara a guidare il muletto che fa scendere i pallet dagli scaffali più alti. Sistema ordinatamente la merce negli appositi spazi, secondo un ordine che non si può trasgredire. Si concede brevi pause per un caffè quasi sempre da solo, raramente scambiando quattro chiacchiere con un compagno. Quando esce, sfinito, è già buio, e gli resta solo l’energia per salire sul bus che lo porta a casa dove vive solo.
Un rituale che si ripete, giorno dopo giorno, mentre lo spettatore impara a conoscere il passato dei vari impiegati, sorprendendosi di trovare l’umanità nelle loro relazioni. Sul posto di lavoro e mai nell’ambiente sociale esterno, povero emozionalmente come solo i paesaggi dell’Est riescono ad essere.

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Perché dico che questo film è molto di più della sua trama? Perché mette in scena uno spaccato sociologico, raccontando la condizione dei nuovi operai. Perché la routine di un centro commerciale non ha nulla di diverso dalla vecchia catena di montaggio. Perché identica è l’organizzazione fordista del lavoro, che non concede pause né variazioni e ancor meno spazio all’iniziativa individuale. Nessuno è soggetto, tutti sono solo oggetti.

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Un valzer tra gli scaffali
riporta in primo piano la storica solidarietà operaia, quella che affonda le radici nelle società di mutuo soccorso. Con gli antichi rapporti fra lavoratori solidi e solidali, ricchi di spirito proletario e fin comunista (intendendo il termine nel suo senso più nobile).
E’ molto più della sua trama perché fa esplodere la solitudine e le contraddizioni del consumismo. E per mostrarlo gli bastano le scarne scene in cui i lavoratori, dopo avere buttato nei cassonetti il cibo scaduto, sempre tanto, troppo, lo recuperano e lo addentano. Davanti ai bidoni, nella desolazione del piazzale, attenti a non farsi scoprire dai capi, perché è vietatissimo farlo: il cibo è destinato alla discarica.

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Eppure è ancora buono
, sussurra uno, masticando un wurstel freddo appena tolto dalla plastica, con data di scadenza passata.
Mai il “non luogo”, come definirebbe Marc Augé un centro commerciale, è stato filmato con precisione così chirurgica, astraendone l’architettura in inquadrature geometriche e simmetriche. Che lo rendono simile a una rete, quasi una tela di ragno dalla quale, una volta imprigionati, è impossibile salvarsi.
Ne Un valzer tra gli scaffali, lo sguardo politico non si arresta qui, anzi, va molto oltre. Senza mai appesantire la storia e lasciando affiorare le riflessioni sui prezzi pagati dall’unione delle due Germanie. Non siate così sicuri che solo all’Ovest ne abbiano patito e che all’est ne siano derivati solo vantaggi.

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Insomma, se volete seguire solo gli amorevoli sguardi che i due protagonisti si scambiano fra gli scaffali, cercandosi fra il corridoio dei dolci e quello delle bibite, fate pure, ma datemi retta, nel film, programmato proprio per a San Valentino, c’è molto, molto di più. C’è intelligenza e obiettivo acuto, tagliente su un mondo. Il nostro, che ha derive sempre più rigide che bloccano qualsiasi via d’uscita e qualunque colpo di coda individuale. Come a dire, il decantato paradiso dell’Occidente non è poi così lontano dall’aridità anaffettiva e militare dei passati regimi comunisti dell’ex blocco sovietico. Rendersene conto è il primo indispensabile passo per salvarsi.

GUARDA IL TRAILER

https://www.youtube.com/watch?v=dt7NgxG3IPw

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