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Questa “Opera senza autore” ci lascia anche senza le emozioni

Il lungo e massiccio film di Florian Henckel von Donnersmarck, regista del capolavoro “Le vite degli altri”, è pieno di spunti di riflessione, utili anche per chi ignora i fasti e i disastri del secolo breve, ma è un po’ troppo tedesco

 

OPERA SENZA AUTORE

kurt opera senza autore 1
Di Florian Henckel von Donnersmarck
Con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci

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Opera senza nome, il titolo, opera monstre il risultato: 188 minuti, più di tre ore, forse più adatti a una miniserie Tv che non a un film, anche perché l’andamento è molto all’antica, con quello stile lento e attento che richiede la rivisitazione dei difficili anni della Germania orientale, traghettata dal Nazismo allo stalinismo,.
Il regista è quello che aveva conquistato tutti, Award Academy compresa, con il suo magnifico Le vite degli altri, in cui raccontava la cappa della Germania sotto la dominazione sovietica attraverso l’anonimo, dolente protagonista che spiava appunto le vite degli altri e che di queste si nutriva.

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In questo nuovo lungo excursus, dalla Dresda del 1938 fino agli Anni 60 nella Germania Occidentale, il fil rouge è invece l’arte, rappresentata in tutta la sua potenzialità di strumento per raccontare e capire il mondo, più adatta a volte della scrittura o di altre arti a cogliere il senso di quello che succede nella realtà che attraversiamo, nel momenti in cui la attraversiamo.
Fulcro portante è Kurt Barnert, personaggio ispirato all’artista Gerhard Richter, filmato bambino e già ricco di talento, quando è affascinato dalla fragile, eccentrica zia Elizabeth, una giovane donna troppo sensibile per sopravvivere alla violenza del nazismo, che mal sopportava ribellioni e bipolarità. Sarà una delle prime vittime dell’eugenetica che anni dopo esplose nei suoi aspetti più feroci.

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Non è assolutamente facile per Kurt farsi una ragione dei dolori, della guerra, del bombardamento di Dresda, una delle pagine più atroci della storia del 900, non è facile trovare per lui una strada, capire che cos’è la pittura e che cosa possa dargli. E che cosa lui possa di converso offrire al mondo, alla gente, all’arte.
L’intuizione di base era bella, raccontare i decenni cruciali del 900 attraverso l’anelito artistico, ma di sicuro non era di facile realizzazione. Quando Kurt scappa all’Ovest, già provato per aver fatto i conti prima coi nazisti che detestavano l’arte degenerata e poi con i bolscevichi, che propugnavano solo il realismo socialista, cerca un senso alla sua vita, cerca l’ispirazione vera per l’opera definitiva.

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Ed ecco scorrere sullo schermo decine di opere d’arte moderna, realizzate apposta per il film, opere che cercano di spiegare il percorso dell’arte moderna. Intento ammirevole, ma l’arte è fatta della stessa materia dei sogni e volerla afferrare e spiegare, anche in modo pedissequo, può produrre un risultato modesto, come il bigino che in poche pagine pretendeva di riassumere cinque anni di liceo, in vista della Maturità.
Quello che grazie al soggetto straordinario Von Donnesmarck era riuscito a dribblare in Le vite degli altri non gli riesce in questa nuova opera che in troppi punti è segnata da quella pesantezza razionale tutta tedesca che allontana lo spettatore, facendo giustizia delle emozioni.

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Interessante, quindi, pieno di spunti, utile anche per chi ignora i fasti e i disastri del secolo breve, ma il cinema ha bisogno di tutt’altra leggerezza.

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