L’argentino Gaston Duprat racconta una storia su due livelli, da una parte una splendida, ruvida amicizia maschile, dall’altra il mondo dell’arte contemporanea, senza risparmiarsi anche un’ironica e coraggiosa perfidia nei confronti dell’universo femminile. Alla faccia del #metoo…
IL MIO CAPOLAVORO
Regia di Gaston Duprat Con Guillermo Francella, Luis Brandoni, Raul Arevalo
Si può realizzare una commedia divertente e al tempo stesso mettere in scena i paradossi dell’arte? Si possono evitare luoghi comuni e fregarsene del politicamente corretto? Sì, si può, basta avere una (buona) idea, saper scrivere, sapere girare e avere attori all’altezza. Ok, ok, non è pochissimo, ma comunque non è impossibile.
Ne Il mio capolavoro, l’argentino Gaston Duprat, già regista di Il cittadino illustre, racconta una storia su due livelli, da una parte una splendida, ruvida amicizia maschile, dall’altra il mondo dell’arte contemporanea, anzi, a essere precisi, il mercato dell’arte che come il film spiega benissimo è qualcosa di molto diverso.
Arturo ha una galleria d’arte nel centro di Buenos Aires e il suo successo è strettamente legato alla sua capacità di mediazione e qualcosa di più, perché il suo mestiere è vendere. Deve essere elegante, sofisticato, frequentare la gente giusta e intortarla a dovere. Renzo, suo amico da sempre e come lui intorno ai 60 e passa, artista sul viale del tramonto, ha un caratteraccio, detesta ogni compromesso e anche la più piccola gentilezza gli costa troppo sforzo. E messo di fronte a una scelta, opta regolarmente per quella più provocatoria.
Detesta la gente, il mondo, l’ignoranza, la confusione. In qualche modo però deve tirare avanti e ogni tanto si abbassa ai compromessi artistici suggeriti dall’amico, suo gallerista storico, divertendosi però a metterlo nei guai.
Apparecchiata la storia dell’amicizia, con dialoghi secchi e sempre spiritosi, il film prende un’altra strada, quella del thriller. E conviene non dir di più, per non guastarvi la sorpresa, diciamo solo che l’intreccio regge fino all’ultimo evitando tutte le soluzioni più concilianti. Insomma, il regista assomiglia di più a Renzo che ad Arturo.
Ne Il mio capolavoro il tocco di perfidia in più nasce dai personaggi femminili, in particolare la giovanissima fidanzata di Renzo e la mercante d’arte internazionale, schizzate con ironica perfidia, scelta che, in tempi di #Metoo, richiede una dose di coraggio supplementare. E che peccato che non siano in molti a intraprendere la stessa strada perché, se alla base c’è una onesta intelligenza, è così divertente mettere tutte le carte in tavola, senza censure. E intraprendere una bella battaglia fra i sessi senza esclusione di colpi.
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