RIFLESSI DI CINEMA

Amavi l’uomo che sussurrava ai cavalli? Lo ritrovi in “The rider”

di  | 
Chloé Zhao, regista di origini cinesi, racconta la storia vera di Brady Jandreau, un cow-boy di origine indiana, che sa entrare in sintonia con qualunque cavallo. E nel film è lui a interpretare se stesso

 

The rider

Locandina-The-Rider

diretto da Chloé Zhao
con Brady Jandreau, Tim Jandreau, Cat Clifford, Terri Dawn Pourier

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Ha un destino carsico: sparisce, ritorna, fugge, riaffiora. Il western, genere primario del cinema americano, paragonabile nell’olimpo a stelle e strisce a quello dei padri fondatori, ritrova periodicamente un suo senso. Pensavamo di avere ormai visto tutto, contro gli indiani e dalla loro parte. Storie con sguardo crepuscolare o esistenziale, fortemente politiche o ironiche, declinate in salsa italiana o condite con spezie dell’estremo oriente. Invece ancora qualcosa mancava, ed era la commistione fra realtà e finzione. Fra cronaca e lirismo poetico a cui aspira, e ci riesce, The rider.

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Vale la pena raccontare l’antefatto di questo anomalo film, già forte di un corposo pedigree: è stato presentato a Toronto, poi al Sundance e a Cannes – dove ha ricevuto l’Art Cinema Award alla Quinzaine des Rèalisateurs. E ha anche conquistato il premio come Miglior Film 2018 dalla National Society of Film Critics.
Tutto inizia nel 2015, quando Chloé Zhao, regista di origini cinesi, visita la riserva di Pine Ridge, nel Sud Dakota, e incontra un giovane cowboy Lakota, Brady Jandreau, che, 
nonostante la carnagione chiara, appartiene alla tribù Sioux Lower Brule.

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Dall’età di otto anni si guadagna da vivere come addestratore di cavalli selvaggi, mestiere che ha imparato dal padre, perché certe sapienze possono solo essere ereditate. Ma Brady ha qualcosa in più, tutto suo, un dono ancestrale che gli permette di entrare in sintonia con qualunque cavallo. Sa coglierne e anticiparne ogni movimento come se il suo spirito e quello dell’animale fossero in qualche modo uniti. In un luogo misterioso, fra la terra e il cielo. Questa dote fa sì che ogni addestramento si trasformi in una danza ipnotica in cui fra gesti e sguardi si costruisce fra uomo e destriero un legame di totale fiducia.

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L’unione è così impressionante che Zhao pensa di farne materia da film. Succede però qualcosa di imprevisto. Brady ha un grave incidente nel 2016, durante un rodeo, che lo costringe a vivere con una placca di metallo in testa non sufficiente a evitargli tutti i problemi derivanti dalla lesione cerebrale. Zhao però non vuole rinunciare al film e in The rider, decide di raccontare, fra documentario e messa in scena, la storia vera di Brady che interpreta se stesso. Circondato dai membri della sua famiglia, il padre brusco e protettivo, la sorellina affetta dalla sindrome di Asperger e i suoi amici. Tutti si improvvisano nel ruolo di attori in questo esperimento moderno di cinema verità.

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Il risultato è spiazzante, lo spettatore ignaro dei modi della produzione resta colpito dall’autenticità quasi dolorosa del racconto e a poco a poco comincia a chiedersi che cosa sia vero e cosa sia invece copione in quello strano oggetto che passa sullo schermo. L’emozione è assicurata, la sorpresa pure, l’effetto antico anche, perché il mondo dei cow-boy gode di uno statuto a parte, fuori dal tempo.
Zhao conosce di sicuro il cinema western classico, quello alla John Ford per intenderci, e ne ricrea il fascino. Facendo diventare il paesaggio un protagonista e neppure dei meno importanti, del film. Inquadra con tempi lunghi distese, praterie, spazi infiniti, tramonti struggenti. Tutti volti a fare da sfondo alla figura in primo piano, Brady, proprio come accadeva per i paesaggi nei dipinti del Rinascimento italiano. Se l’uomo è così, è perché il paesaggio intorno a lui lo ha fatto diventare quello che è.

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The rider è non solo una carrellata lenta su una vicenda drammatica, quella di Brady, ma anche quella del suo migliore amico paralizzato dopo un incidente di rodeo. No, non è solo questo, perché è tutta la mitologia dei cow boy in quanto mito fondativo della mascolinità americana a essere esaminato e illuminato con una luce inedita. Uomini duri uomini veri si sarebbe detto un tempo, ma quello era appunto un tempo. Ora gli uomini ruvidi sono anche nostalgici, vulnerabili, con una intensa dolcezza sottotraccia. E alla fine sperduti in un mondo dove non solo per loro, ma per ciascuno di noi, è sempre più difficile trovare una collocazione e un senso. Ed è qui che il film sfiora a tratti l’universalità.

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