capri ap
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“Capri-revolution” dimostra che la donna ha una marcia in più

La storia di una capraia che si imbatte nei componenti di una comune anarchico-naturista e poco per volta viene conquistata dai loro modi fino a unirsi al gruppo parte da un presupposto che si conferma per tutto il film

 

Capri-revolution

capri revolution
Regia di: Mario Martone
con Marianna Fontana, Reinout Scholten Van Aschat, Antonio Folletto, Gianluca Di Gennaro, Eduardo Scarpetta, Jenna Thiam, Ludovico Girardello, Lola Klamroth, Maximilian Dirr
e con Donatella Finocchiaro

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E’ probabile che i più ne parlino bene. Non che manchino i motivi, perché il film è estremamente curato. Troppo. Estremamente preciso. Troppo. Molto documentato. Troppo.
Ma cominciamo dall’inizio. Siamo a Capri (anche se solo alcune scene sono state girate nella meravigliosa isola) nei primi anni del secolo e seguiamo il dramma di una famiglia di pastori. Il padre che aveva lasciato l’isola per lavorare a Napoli ha un tumore (primo insegnamento: mai lasciare i luoghi bucolici), la madre è mater dolente, i due figli maschi si sentono investiti del ruolo di capi famiglia (secondo insegnamento: la società era molto maschilista) e trattano con eccessivo imperio la sorella che fa la capraia. Ma le donne hanno sempre una marcia in più (terzo insegnamento) e il film lo dimostrerà con pedissequa precisione.

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Lucia la capraia pascolando le capre per l’isola si imbatte nei componenti di una comune anarchico-naturista (storia vera) e poco per volta viene conquistata dai loro modi fino a unirsi al gruppo.
Ecco che bene in ordine vengono messe tutte le buone intenzioni (ed è noto che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni) che stanno alla base del film: cosa sarebbe potuto capitare se certi aneliti libertari del primo Novecento avessero avuto la meglio? Di cosa si trattava? Non è giusto essere diffidenti, perché la civiltà è costruita sulla comprensione di ognuno, anche di chi non la pensa come noi.

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Attraverso lo sguardo da “buon selvaggio” della volitiva capraia entriamo in contatto con i componenti della comune, uno su tutti il carismatico ieratico capo, un pittore che predica e pratica il libero amore, che insegna la danza, la pittura e soprattutto la libertà e che nel corso del film dovrà confrontarsi con due antagonisti, da una parte un compagno che eccede nell’identificarsi nei riti dionisiaci (parenti stretti fin delle sette sataniche) dall’altra il medico del paese, marxista positivista che ben poco capisce gli spiriti liberi e artistici, ancor meno chi si affida a conoscenze esoteriche.

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Il film prosegue allineando, ordinatamente, tutta una serie di quadretti volti a dimostrare il teorema di partenza. A raccontare con precisione le ragioni degli uni e degli altri e le scorribande libere e selvagge di Lucia da un contesto all’altro, lasciando intendere che col buon senso si potrebbe anche oggi cibarsi di tutte le ideologie a patto di non esagerare. Possiamo anche essere d’accordo ma il tono predicatorio, i modi da professorino di cui trasuda il film mi hanno reso esausta.

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Come sarebbe stata la storia, la stessa storia nelle mani di un regista più, come dire, “sporco” più immaginifico? Un regista che sa come raccontare e gestire gli eccessi, che non si spaventa di mettere in scena qualcosa di sbagliato perché quella che privilegia è la forza e la vita. Che so, Bernardo Bertolucci? Alejandro Jodorowsky ? Persino Marco Bellocchio. Insomma, più cinema, meno teorema.
Peccato, peccato perché gli attori sono bravi, la fotografia è splendida e la storia – vera, pastorella a parte – è decisamente interessante e valeva la pena rivisitarla. Ma con più spirito anarchico!

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