RIFLESSI DI CINEMA

“Chiamami col tuo nome” è il lodevole trionfo degli eccessi

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Il film di Luca Guadagnino, candidato a quattro premi Oscar, trabocca cultura: c’è quella classica, prima di tutto la greca, ci sono libri, letture, opere d’arte, la cura e la profondità nell’osservare il mondo intorno a noi. Troppo di tutto e troppa presunzione? Forse, ma il risultato è ottimo

 

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CHIAMAMI COL TUO NOME

locandina

 

 

di Luca Guadagnino
con Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Armie Hammer, Amira Casar, Esther Garrel.

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Tutti stretti intorno a Luca Guadagnino a sostenere le sue quattro nomination ai prossimi Oscar, di cui tre robuste: miglior film (non succedeva dai tempi di La vita è bella), attore protagonista, Timothée Chalamet, sceneggiatura non originale e canzone. Peccato che in tutto questo gran spolvero l’Italia abbia ben poco merito perché per realizzare il suo film il regista nato a Palermo, ma vissuto prima a Roma, poi a Milano e infine nel mondo, ha trovato finanziamenti solo all’estero.

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A me il cinema di Guadagnino piace e non mi disturba più di tanto la sua presunzione intessuta di uno snobismo così manifesto da diventare simpatico. Mi piace la sua amorosa amicizia con Tilda Swinton, sua musa, che una volta gli disse “Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio e rivoluzionario in ciò che crei”. Una raccomandazione che assomiglia al fiammeggiante incitamente di Steve Jobs nel suo discorso agli studenti di Stanford: “Siate affamati, siate folli!”.

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Mi sono goduta la raffinatezza sullo sfondo della milanese Villa Necchi di Io sono l’amore comprese le cadute manieristiche, mi è piaciuta l’eleganza blu della Pantelleria di A bigger splash, remake del sensualissimo La piscina e non sono neppure in ansia pensando all’ormai ultimato remake di Suspiria. Perché quando un regista osa, io gli perdono tutto. Persino lo sciagurato Melissa P. che gli provocò l’ostracismo dei critici e universali alzate di sopracciglio. Non abbastanza trash da diventare un successo al botteghino, non sufficientemente situazionista da soddisfare i cinefili.

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Ed eccoci arrivati al delicatissimo Chiamami con il tuo nome, film di formazione da un romanzo di formazione (di André Aciman, pubblicato in Italia da Guanda), realizzato sulla sceneggiatura di James Ivory, grande sensibile regista, film intessuto di atmosfere che rimandano a Bertolucci, Téchiné, Rohmer, cantori dell’amore in tutte le sue sfumature e declinazioni.

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Chiamami con il tuo nome
racconta l’improvvisa e non prevista attrazione fra due ragazzi, il diciassettenne Elio e il ventiquattrenne Oliver, il primo italiano, figlio di un colto professore e il secondo americano, accolto nella bella villa di famiglia per lavorare al suo dottorato. Il film, come il libro, trabocca cultura: c’è quella classica, prima di tutto la greca, ci sono libri, letture, opere d’arte, la cura e la profondità nell’osservare il mondo intorno a noi che anche questo è cultura.

I due protagonisti con il regista Luca Guadagnino

Ci si muove leggeri e liberi per le due ore abbondanti di film, si gira in bici coi protagonisti per una campagna che ricorda quella tante volte filmata da Bertolucci (siamo nei dintorni di Crema), si rievocano con tocchi rapidi gli Anni 80 (Craxi, il walkman, il golf sulle spalle, i telefoni a gettone, Tootsie, lo zainetto Invicta giallo e blu), ma soprattutto si segue lo sbocciare del desiderio in quella stagione magica e misteriosa che è l’adolescenza. Elio è un corpo e una mente desiderante, in un tumulto confuso che lo porta a guardare ragazze e ragazzi, il cielo azzurro e il proprio corpo. L’attrazione fra lui e Oliver potente, burrascosa, passionale sarà solo una fase di passaggio indispensabile per una vita piena? Non ci sono giudizi, non c’è la preoccupazione del politicamente corretto, c’è solo l’onestà e la voglia di raccontare la meraviglia dell’amore, di tutti gli amori.

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Troppo di tutto?
Può essere, ma l’ho dichiarato in apertura, gli eccessi non mi disturbano e quanto alla presunzione, qui Luca Guadagnino la tiene a bada. E in bocca al lupo per la notte degli Oscar!

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