Come il 22 maggio 1978 cambiò la visione della donna in Italia

Ricorre oggi il quarantennale dell’approvazione della legge 194 che rese l’aborto un diritto e la maternità una scelta. Pur con tutti i turbamenti etici e gli scontri di coscienza del caso, nessuno potrebbe negare che quella data mutò lo status sociale della popolazione femminile del nostro Paese

Quando venne approvata, esattamente 40 anni fa, forse noi eravamo troppo piccole per renderci conto della sua importanza e non riuscivamo a seguire il dibattito che la sua entrata in vigore provocò nella società civile italiana, e magari anche nelle nostre famiglie. Ma la legge 194, approvata appunto il 22 maggio 1978, che nel suo titolo parla genericamente di “norme per la tutela sociale della gravidanza”, di fatto rese legale l’aborto ovvero consentì alle donne, entro certi limiti legali ben precisati, scegliere l’interruzione volontaria di una gravidanza.

Naturalmente, per la delicatezza del tema, che coinvolge l’etica, le credenze religiose e  la coscienza personale dell’individuo, questa legge è una delle più controverse tra quelle in vigore in Italia e provoca tuttora divisioni nell’opinione  pubblicai, specialmente perché prevede due diritti opposti: quello della donna di abortire e quello del medico di obiettare. Questa possibilità offerta al personale medico di non praticare aborti per motivi di coscienza anche nelle strutture pubbliche è tuttora al centro di polemiche accese e una soluzione che non leda i due diritti di cui si parlava non è ancora stata trovata.
Ma oggi, in sede di bilancio, va ricordato che da quando la legge 194 è entrata in vigore gli aborti sono diminuiti di più del 60 per cento in numeri assoluti, e di più del 50 per cento se si considera il rapporto fra aborti e nuovi nati. Ma più in generale l’introduzione della legge ha contribuito decisamente a cambiare il rapporto sociale tra la donna e la libertà di esprimere senza condizionamenti sociali la propria sessualità. Al momento della sua approvazione Emma Bonino dichiarò in Parlamento: “Noi donne non saremo più contenitori che si allargano e si stringono ogni volta che capita”.

Fino all’inizio degli Anni 70, infatti, il controllo delle nascite era vietato, parlare di contraccezione impensabile e la pillola anticoncezionale poteva essere prescritta solo per mitigare i dolori mestruali. Come prevenire una gravidanza era argomento non solo tabù, ma anche ignoto alla maggior parte delle donne. Rimanere incinte a prescindere dalla propria volontà (poche erano abituate a calcolare i giorni del ciclo seguendo il metodo Ogino-Knaus che pure era stato studiato nel 1928) era un evento abbastanza frequente. E quelle che, per varie ragioni, non se la sentivano di affrontare la gravidanza avevano la sola alternativa di ricorrere all’aborto clandestino: secondo i dati dell’epoca ne venivano effettuati tra i 3 e i 4 milioni all’anno, provocando circa 25 mila decessi, soprattutto quando si sceglieva la strada delle cosiddette “mammane”, ostetriche improvvisate che praticavano l’intervento valendosi di pratiche rozze e mettendo spesso a rischio la vita della gestante. Un quadro fosco che ci riporta a un’Italia quasi medievale.

Oggi, pur con tutte le contraddizioni e le problematiche di cui si è detto, la maternità è una scelta e la vita sessuale di una donna non è più catalogata come attività finalizzata solo alla procreazione. Magari a noi che siano nate o diventate adulte in epoca successiva sembra ovvio e scontato. Ma nell’anniversario dell’entrata in vigore della legge 194 è bene ricordarsi che non è sempre stato così.

 

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