RIFLESSI DI CINEMA

“Corpo e anima”, l’amore che si nasconde tra il sogno e il poesia

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Ecco un film lirico e onirico che però nulla concede al misticismo: pieno di gesti, di sguardi e di impalpabili dettagli, è diverso da tutto ciò che il cinema ha mostrato finora. A partire dal luogo nel quale è ambientato: un tremendo macello ungherese. Ma si siamo di fronte a un capolavoro

 

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corpo e anima locANDINACORPO E ANIMA

 

 

di Ildikó Enyedi
con con Géza Morcsányi, Alexandra Borbély, Zoltán Schneider, Ervin Nagy, Tamás Jordán, Zsuzsa Járó

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Vi chiedo uno sforzo. Perché lo so che consigliarvi di andare a vedere una storia ambientata in un macello ungherese non suscita una vostra immediata adesione. Invece il film di questa regista magiara sessantenne, che ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, è pura poesia. E carne. Come recita il titolo. Carne e anima, il che vuol dire la vita tutta intera che proprio di questi due richiami è fatta, quello al materiale, doloroso, sensuale, orgasmico e quello all’interiorità dell’immateriale, alla incertezza delle emozioni, allo spirito di un divino che può essere quello panteistico della natura o quello alto del firmamento.

corpo e anima film
Difficile compito raccontare dunque la carne e l’anima,  e non stupisce che all’origine dell’ispirazione della regista ci sia una poesia assieme alla voglia di raccontare una storia passionale, uscendo dai canoni convenzionali. Neppure un dettaglio di tutto il suo lavoro è casuale, a cominciare dalla decisione di ambientare la vicenda in uno dei posti più terribili che possiamo immaginare, un macello. Ma il macello è anche fitto di rimandi simbolici, è il luogo della morte, del sangue, della carne, del sacrificio, dell’immolazione, della resa, della rassegnazione. Il luogo della crudeltà, del potere dell’uomo sugli animali.

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Nulla di tutte queste componenti, neppure le più crude  sono risparmiate allo spettatore, ma sono essenziali per condurlo nella storia. E se è vero che assitiamo alla macellazione e agli sguardi buoni e arresi dei bovini siamo però premiati e alleviati i dalle lunghe sequenze oniriche, dal sogno condiviso, magicamente condiviso dai due protagonisti che punteggia tutto il film: due cervi in amore, nella pace ovattata di un bosco innevato.

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I protagonisti di questo sogno condiviso sono il direttore del macello, un uomo di mezza età, solitario, perbene e con un braccio paralzzato e una nuova giovane assunta, riservatissima e chiusa nel suo universo ancorato all’infanzia, vagamente autistica, dotata di una prodigiosa memoria, insensibile e spaventata dal mondo, che ha come unico confidente il suo psicologo di sempre: un terapeuta per l’infanzia da cui non vuole staccarsi. I due scoprono per caso di trovarsi tutte le notti nella foresta, trasfigurati nei due cervi e nel loro lento amore.

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All’inizio non vogliono crederci poi a poco a poco familiarizzano con l’idea e cercano di spiegarselo e farci i conti: se i loro corpi, pur sensibili a una reciproca attrazione,  sono spaventati e distanti, le loro anime pare, almeno nell’ipnosi notturna si cercano. E forse è quello che succede a tutti noi quando ci innamoriamo e in maniera più o meno rapida, più o meno spavalda cerchiamo un avvicinamento nei confronti dell’altro. Film poetico e filosofico, film onirico che però nulla concede  al misticismo, film di gesti e di sguardi, di impalpabili dettagli, è qualcosa di diverso da tutto ciò che avete visto finora. Poesia di immagini e di sentimenti incorniciati in sequenze di magnetica grazia.
Siamo nei dintorni del capolavoro. 

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