Mentre, come ogni anno, questa data riporta alla prematura scomparsa della principessa triste, sorge inevitabile una domanda: che cosa ne sarebbe stato di lei senza quella tragica fine? E si arriva perfino a tirare in ballo il terrorismo islamico, perché forse la storia sarebbe stata diversa
Ventidue anni fa, il 31 agosto 1997, moriva Lady D. Ricordo che la notizia arrivò come un fulmine a ciel sereno e che, nonostante non frequentassi un ambiente particolarmente legato al gossip, quel giorno tirava un’aria triste e funerea ovunque mi girassi. Io stessa ne fui profondamente colpita. Ma c’era qualcosa di ironico nella sua morte: la Casa Reale aveve fatto di tutto per screditarla in quasi quindici anni di guerra fredda, e ora si trovava costretta a renderle onore come a una Regina. O forse di più. Impossibile concederle dei funerali di Stato. Ma le dimostrazioni di affetto da parte dell’opinione pubblica mondiale e inglese in prima linea convinsero la Regina della necessità di onorare al meglio la principessa triste. Il protocollo inglese è molto severo e difficilmente si contravviene a una regola, soprattutto se di tradizione si tratta, e i funerali di Stato erano riservati, fino ad allora, ai membri della famiglia reale con il rango di maestà, o altezza reale: a Diana mancava il pedigree al momento della morte. Con il divorzio, infatti, aveva mantenuto il titolo di principessa, ma perso il rango.
Fu così che si inventò una nuova tradizione: il funerale “per una principessa divorziata e madre del secondo e del terzo erede al trono in linea di successione”, un funerale unico per una persona unica. In effetti, fu proprio così che lo definì vent’anni fa il portavoce della famiglia reale, ben 24 ore dopo l’incidente, una volta deciso il da farsi. Diana morì con buona pace della Corona inglese, che poteva finalmente tirare un sospiro di sollievo, dopo anni di scandali che non si erano conclusi nemmeno dopo il divorzio: sembra addirittura che fosse in attesa del suo terzo pargolo. Sarebbe stato il frutto dell’amore con Dodi Al-Fayed, figlio del magnate egiziano proprietario di Harrods. Sarebbe stato interessante vedere gli sviluppi dell’attualissimo scontro internazionale Occidente/ Medio-Oriente, se William, erede al trono inglese, avesse oggi un fratellastro musulmano. Forse – chi può saperlo – il mondo oggi non vivrebbe con l’incubo dell’Isis perché una donna carismatica come Diana sarebbe entrata dalla porta principale nel mondo islamico, e da ambasciatrice di pace quale ha sempre dimostrato di essere, sarebbe stata felice di fare da anello di congiunzione tra le due culture. La domanda sorge spontanea. Sarebbe stata diversa la scena politica internazionale degli ultimi vent’anni con lei in azione? Ha promosso un’infinità di cause: ci ha spiegato cosa fosse l’Aids, quando l’epidemia faceva scalpore ma regnava l’ignoranza, ci ha fatto conoscere le mine anti-uomo, contribuendo non poco al loro definitivo smantellamento. Effettivamente ha cambiato la storia. E poi sarebbe una nonna ora, e una suocera a sua volta.
Grazie all’esperienza vissuta da lei e Carlo, William e Harry hanno potuto innamorarsi e sposare Kate Middleton e Meghan Markle, due ragazze senza sangue blu nelle vene, una addirittura divorziata, e vivere ciò che a loro fu negato: un reale sentimento. Diana morì in fuga dai paparazzi, nel tentativo di mantenere privato almeno un pezzetto della sua vita. Era una ragazzina quando si sposò con Carlo, e i successivi anni, fino al 1996 furono piuttosto stressanti, costellati da bulimia, tentati suicidi, tradimenti e lacrime. Il tutto sotto i riflettori dell’opinione pubblica e il giudizio implacabile della Casa Reale. Chi si lamenta della suocera, si metta nei panni di Diana, e provi a immaginare cosa abbiano significato Elisabetta II e i dettami reali nella stabilità mentale di una gracile e dolce nuora come lei. Incredibilmente, Diana soffriva per le oppressioni sociali, ma era la regina ad avere paura: temeva il suo crescente potere mediatico. La principessa del popolo, come era solita definire sè stessa, ha sempre avuto un asso nella manica, il carisma, e ciò le è valso l’appoggio della gente. Un potere da non sottovalutare, capace di dividere il Paese e stroncarlo politicamente.
E pensare che, a suo tempo, era stata proprio Elisabetta a vederci lungo in quel visetto pulito: nobili origini, bella ma non appariscente, dolce quanto basta da ispirare fiducia nel più reticente alla Corona, sufficientemente sconosciuta per dissotterrare la favola di Cenerentola, e infine scaldare i cuori degli inglesi, che all’alba degli Anni 80 si sentivano molto poco romantici, in piena crisi economica. Il progetto di reastauro dell’immagine pubblica dei reali sembrava funzionare, in un principio. Ma poco a poco, il consorte cominciava a essere Carlo, e la regina indiscussa, invece, Diana. Inaccettabile come re, come marito, e come individuo. Fu così che Carlo tornò, o forse non se ne era mai allontanato, tra le rassicuranti braccia di Camilla Parker Bowles. E qui cominciarono gli scandali che tutti conosciamo.
Vicende personali che sarebbero state meglio gestite in privato, forse, e magari erano queste le intenzioni di Diana, in quelle ultime ore, prima di decidere di imboccare il Tunnel dell’Alma: ricominciare da capo, concedersi il tempo e lo spazio che le erano mancati negli ultimi sedici anni. Lo aveva spiegato proprio così, in un comunicato alla stampa mondiale, questo suo cambio di rotta: meno vita pubblica, più vita vera. Forse era proprio questa urgenza di privacy che assordava la testa della principessa, nei sedili posteriori del Mercedes, mentre sfrecciava nel traffico parigino.
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