“The quake” è un capolavoro per quanto riguarda gli effetti speciali, ma nella sostanza non convince del tutto malgrado le scene mozzafiato e l’eco drammatica del disastro delle Torri Gemelle a cui non si può non pensare
The quake – Il terremoto del secolo
diretto da John Andreas Andersen
con Kristoffer Joner, Edith Haagenrud-Sande, Ane Dahl Torp e Kathrine Thorborg Johansen
Pensavate che il luogo più a rischio per un terremoto fosse la Faglia di Sant’Andrea? Errore! Il vero pericolo è da tutt’altra parte, in Norvegia e Oslo è praticamente sull’orlo del disastro. Pare che sia davvero così e i titoli di coda del film lo spiegano con dovizia di particolari e incontrovertibili dati scientifici. Ma questo lo vediamo solo alla fine. Perché all’inizio tutta la storia ci sembra non solo apocalittica, ma parte di una fantascienza distopica. Con un geologo così ossessionato dal suo lavoro (e dalle sue paure) da essersi per quello rovinato i rapporti con la moglie e i due figli, uno, studente universitario, la seconda una ragazzina. Vive solo, segue in modo paranoico tutto quello che segnalano i suoi strumenti e cerca di scoprire in che ricerche fosse impegnato un suo collega morto in circostanze poco chiare. Purtroppo tutta la parte preparatoria del disastro (lo sappiamo che arriverà, siamo lì in attesa fin dai primi cinque minuti) occupa almeno due terzi del lunghissimo film e, ammettiamolo, i momenti di noia non sono rari, peccato mortale per un action movie.
Ma quando, finalmente, se Dio vuole, il terremoto arriva (e che catastrofe, ragazzi!), qualche soddisfazione gli amanti del genere se la tolgono! Perché gli effetti speciali sono grandiosi. Tenendo fede all’ultima tendenza che non si accontenta di una sola tragedia, il regista ha pensato bene di far rimanere tutti intrappolati in un grattacielo, alcuni anche su un ascensore bloccato.
Scene mozzafiato e l’eco drammatica del disastro delle Torri Gemelle a cui non si può fare a meno di pensare.
Si esce con un’unica riflessione: speriamo che tutti si siano sbagliati e che una catastrofe così resti confinata a una pellicola estiva.
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