Anche chi non ha mai sopportato i film a sfondo bellico e storce il naso all’idea di una storia che si svolge all’interno di un sottomarino, grazie a “Wolf Call – Minaccia in alto mare” per una volta cambierà idea
WOLF CALL – MINACCIA IN ALTO MARE
Sceneggiato e diretto da ANTONIN BAUDRY con FRANCOIS CIVIL, OMAR SY, MATHIEU KASSOVITZ, REDA KATEB, PAULA BEER
Non avete mai sopportato i film di guerra? Storcete il naso all’idea di una storia che si svolge in gran parte all’interno di un sottomarino? Bene, Wolf Call è il film che vi farà cambiare idea. Conviene non perderlo, perché è una delle più belle storie di guerra-non-guerra che io abbia mai visto. Tanto per dire ti ricordi subito il nome di tutti i personaggi come se fossero i protagonisti di una storia d’amore, ti affezioni a ciascuno e ti stanno tutti simpatici, persino il comandante in capo che pensa solo al rigore militare. Scommessa vinta e più che vinta, stare all’interno del sistema militare francese e raccontarlo come un lungo cammino verso la pace, riuscendo pure a tenersi lontano da ogni forzatura ideologica, pur addentrandosi nei meandri più segreti e scomodi dell’Intelligence.
Cominciamo dal protagonista più giovane, soprannominato “Orecchio d’oro”, il cui talento sta tutto nell’udito perché, nonostante le macchine e una tecnologia sempre più avanzata, l’essere umano ha qualcosa in più che si chiama flessibilità, creatività intuito. Il compito di Orecchio d’oro è quello di ascoltare i rumori del mare che raccontano tutto. Il giovane militare riesce a capire se un certo fruscio è prodotto da un capodoglio a da un altro sottomarino e può arrivare anche a definirne il modello, perché ogni nave, ogni creatura del mare emette suoni che la rendono unica.
Siamo a bordo di un sottomarino nucleare francese prima in ricognizione e poi in missione. Non voglio starvi a raccontare quello che succede, anche se, confesso, mi sono appassionata come non mai ai misteri della guerra negli abissi, e mi hanno terrorizzato i rischi che possiamo correre. Un po’ come la storia di quel famoso bottone rosso che durante la Guerra Fredda a turno Usa e Urss rischiavano di schiacciare, scatenando il conflitto atomico, distruggendo l’umanità intera.
I nostri eroi sono alle prese con qualcosa del genere, ma tutti lottano per la pace e non per la guerra. Ci sono gli anziani e fra questi Mathieu Kassovitz che mi piace fin dai tempi di L’odio (e santo cielo sono passati 25 anni da quando il film uscì!), ci sono i graduati lacerati fra il dovere e la voglia di tornare ogni tanto in famiglia. E ci sono anche le donne, la maggior parte solo evocate dagli uomini del mare, mentre una, giovanissima e che nulla ha a che fare con quel mondo, diventerà cruciale per la salvezza. Perché anche la sceneggiatura è costruita non solo con precisione ma con amore, un meccanismo a orologeria che porta verso un ingranaggio incontrollabile e che solo l’umanità e la pietas potranno disinnescare.
Si parla di missili nucleari, degli enormi pericoli a cui è esposto il mondo intero, si parla di equilibri internazionali, si mescola la finzione con la realtà e si riesce a fare tutto con sincerità e passione rari. Ecco, quello che ha di speciale questo film è forse l’amore che affiora, proprio come i sottomarini, un amore inteso nel suo senso più alto, quello che rivolgendosi a un essere umano coinvolge il mondo intero.
Come concludere? Dicendo che tutti i personaggi hanno saputo indurirsi senza perdere la tenerezza. Anche se poco hanno a che fare con il mitico Che Guevara, questa caratteristica li unisce al mito barbuto. Gli uomini del sottomarino vengono definiti eroi, ma forse sono solo belle persone, quelle che hanno il dono di trasformare e far diventare migliore non solo la loro vita ma anche quella di chi vive loro accanto.
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