CULTURA

Il “Magellan” di Altieri va oltre l’infinito

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Ecco, in esclusiva per il nostro magazine, alcune approfondite e coinvolgenti considerazioni sull'ultima immensa fatica letteraria del maestro italiano dell'apocalisse scomparso lo scorso 16 giugno. Note che lui stesso aveva letto e apprezzato, chiedendo all'autore di pubblicarle

 

Dalla Terra al zettai mu no basho, citando il filosofo Nishida Kitaro, ovvero, semplificando all’eccesso, al Luogo del Nulla assoluto, che riflette in sé tutte le cose come proprie ombre. Un universale infinito, un universale degli universali.
Epitaffio di un tempo finito ed elegia dell’esistenza di un tempo fittizio, concesso e beffardo. Un plus da soprav-vivere, tanto vicino alla morte, da essere viaggio verso la fine stessa.
Tutto questo suona maledettamente profetico, ora che Alan D. Altieri ha superato il confine terreno per raggiungere l’infinito. Prima di andarsene aveva letto queste mie considerazioni sulla sua ultima e immensa prova d’autore. Le aveva apprezzate e mi aveva chiesto il permesso di pubblicarle. Un permesso che ovviamente gli accordai all’istante, ma senza fare i conti col destino. Un permesso che ora mi sento di concretizzare pubblicando sulle pagine di questo magazine, su cui scriveva e che tanto amava, firmando questo pezzo con un nome che per gli appassionati ha un significato, perchè non ha importanza chi c’è dietro quel nome, ma ha importanza che emerga tutto l’amore, la passione, la competenza, la profondità, la forza e il divertimento che lui metteva nella sua scrittura unica e irripetibile. E il rispetto di chi legge, verso di essa.

magellan cover
Come ogni libro di Alan D. Altieri, anche Magellan non è catalogabile in un unico genere, ma sta in bilico sulla linea di confine con un altro genere, e con un altro differente ancora. La scrittura di Altieri vive, si nutre, si diffonde dalle war zones delle linee di mezzo. Un ibrido magistrale di tutto e del tutto, nel tutto. Il tempo stesso, compromesso inutile dell’eternità. C’è una profonda filosofia parmenidea nei suoi lavori e nel contempo ve ne è un’altra eraclitea-regressiva.
Nemmeno Magellan sfugge all’angoscia esistenziale e al nichilismo (che in letteratura possiamo ritrovare, per esempio, negli scritti di Thomas Stearns Eliot), elementi fulcro della corrente filosofica dell’Esistenzialismo che ha visto Kirkegaard e Nietzsche come precursori. La natura dell’Esistere, inteso nella sua più manifesta, modesta realtà, cioè l’esserci (dasein) qui e ora (hit et nunc). L’individuo ha solo infatti come unica certezza quella di esistere, uscito (ex-sistere = uscire da) dal nulla per ritornare nel nulla. E in questo secondo capitolo di Terminal WarMagellan ne è il mezzo . Un antro fatto di tecnologia sofisticatissima divorata dal buio, dalle ombre. Da quello che non si conosce e non si potrà mai conoscere, anche se oggi è possibile quantomeno provare a comprendere qualsiasi cosa.

Sono stato deliziato da quell’odore ancestrale, primordiale presente al di sopra, come uno spirito essenziale, del know-how tecnico e scientifico e oltre, all’interno di questo vascello esplorativo dello spazio profondo. La macchina superiore all’uomo, ma relegata a spalla in quella/questa realtà a ritroso. Una voce di donna, intelligenza artificiale mai così vicina al sentire umano. Mai così umana tra tutto ciò che è inumano, che è fredda elaborazione.
Il primevo detta e traccia in contumacia le coordinate di un viaggio non di andata, ma di ritorno. Al Nulla. Un futuro e passato, continui, intersecati, indissolubili fino all’estinzione di entrambi, fino a essere Uno. E alla stessa maniera, ho amato l’umanità, le emozioni che nascono dal buio e dal chiarore artificiale, quasi fossero un permesso non voluto ed effimero, a cui non abituarsi.
Ho vissuto un viaggio ipertecnologico verso il passato, poi dentro sino in fondo alla fine, o dentro a un inizio nato e terminato, nel significato ambivalente, nel medesimo istante, il cerchio che si chiude, una filosofia che si sgretola e si riplasma invano.

alan-d-altieri
Il Magellan è grembo di quell’angoscia esistenziale di cui sopra, in cui L’uomo si sente isolato e smarrito, vincolato dai limiti della situazione in cui è costretto a (soprav)vivere, limiti che confinano con il campo delle possibilità tra le quali egli deve scegliere, e delle quali scelte dovrà poi assumerne le conseguenze. Jean-Paul Sartre dice che ” l’uomo non è nulla in sé, ma è ciò che è per sé e per gli altri: nessuno sa chi è in sé”. L’uomo immagina, elabora, pensa e agisce, ma come riferimento non ha nessuna guida, nessun punto fisso, non solo non ci sono dèi o valori assoluti nel mondo, ma non ci sono valori oggettivi neppure dentro di noi. In definitiva, non riusciamo a essere il nulla che in realtà siamo.
E Altieri lo conferma, con i suoi dialoghi, con la sua scrittura.
Probabilmente, solo il cinema ha saputo rappresentare questo Nulla per mezzo della creatività, con l’asse spostato dalla realtà alla rappresentazione. E non a caso, sul Magellan di Altieri c’è molto cinema, ci sono citazioni, si respirano atmosfere conosciute. Le mimiche “consacrate” di Gutierrez, per esempio, ricordano il Tuco/Wallach di Sergio Leone. Forse, non è un caso questo punto di contatto. Sul Magellan si muovono infatti grandi caratteristi, al servizio del protagonista, Karl Adrian Dekker. Tutti utili, uno solo indispensabile. Diverso.
Per questo, Il Magellan è anche un grande set, un omaggio al cinema, dove si possono incontrare le oscurità di Alien , la perfezione tecnologica, futuristica e abbastanza inquietante di Prometheus, l’impatto cosmico filosofico di Interstellar, l’action oscura e claustrofobica di Infini. Personaggi/attori, di un film fantascientifico, tremendamente, mortalmente, umano. Un’umanità, adatta e adattata per il rendez vous con la Fine. Un lunghissimo percorso storico, verso il Luogo Finale. Come l’oblio, che era l’unica e la sola aria respirabile in Pitch Black (film che torna alla mente anche per gli occhiali e poi per l’occhio di Dekker, ma niente spoiler) .

Il viaggio del Magellan è inoltre, una peregrinazione allucinante dentro il corpo umano, là dove risiede la ragione (?) e dove risiedono, conoscenza, reazioni, ma soprattutto, il buio. Spesso, invalicabile, inacessibile. Da evitare. Magellan è un compendio della Fine elevato alla perfezione, in una commistione studiata, preparata, strutturata come meglio non si potrebbe.
Ho parlato del passato. Il passato degli innumerevoli lavori di Altieri, torna, è presente. Magdeburg soprattutto, e non solo, pulsano caparbi, nervosi, estremi, dentro lo spazio determinato del vascello e si attraggono e si respingono nello spazio profondo intorno a Cauda Serpentis, stella estremale, la Gigante Rossa.
Al solito, l’autore padroneggia e spadroneggia gli argomenti trattati, non con arroganza ma con assoluta competenza e non è di certo una novità, ma una costante sublime che vizia anche. Altieri è riuscito a far capire anche a me, piuttosto ignorante a riguardo, concetti scientifici, fisici, per cui…
Mi sono dilungato oltremodo e trovo opportuno conservare altri punti bui che riposano inquieti sul Magellan, senza alcuna volontà di provare ad andarvi a fare luce. Mi piace questo senso di incomprensione coatta. Finirete con l’apprezzare quello che si presenta come uno sci-fi book, ma che è in realtà un gotico, anche molto intimo, che non si dimentica.
Tutto quello che sta tra vita e morte, l’esistenza. Forse, niente altro che morte in vita. Un infinito passato mascherato prima da presente e poi da miraggio beffardo: il futuro. Quest’ultimo, un’invenzione, un’attrazione, troppo spesso assolutamente soltanto consumistica e d’opportunità. Un film. Nulla di sentimentale. Siamo già tutti su Cauda Serpentis…

Il prossimo Nulla non ci sarà perchè quel Nulla si è preso l’uomo e l’autore, ma la marcia della Terminal War è lungi dall’essere… terminata.

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3 Comments

  1. Marco

    6 Luglio 2017 at 10:50 am

    Questa recensione rende merito a un autore bistrattato dal “grande” pubblico. Solo chi ha avuto l’onore di conoscerlo e di leggerlo può comprendere: Sergio Alan è unico e inimitabile.Non vorrei anzi lo vorrei, ma non mi piacerebbe, che ora da morto ricevesse quello che gli è stato INGIUSTAMENTE negato da vivo….
    Semper Fidelis my man, il Wolfman!!!❤️

  2. Luca

    24 Luglio 2017 at 7:08 am

    Un grandissimo autore purtroppo sottovalutato. Non è stato mai riconosciuto per il suo reale valore. I suoi libri hanno aperte strade nuove, alla commistione dei generi, a visioni nuove che erano appartenute soltanto ai grandi romanzieri di un tempo. Ma la massa, preferisce piattume e mode. L’Italia agli ultimi posti di tutto in questo eccelle. Un abbraccio a Sergio, ovunque sia e grazie per quello che ci ha lasciato.

  3. Alessandro

    9 Gennaio 2018 at 4:30 pm

    Un uomo d’altri tempi e anche uno scrittore di altri tempi sebbene tutte le sue competenze tecnologiche in ogni settore. Perché la sua scrittura è un’epopea come il vecchio west e con la sensibilità dei grandi romanzieri russi. L’apocalisse è un dipinto nero con valori positivi smarriti e i colori di altieri erano dei scuri di impressionante vitalità. Grande Sergio!

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