Oggi la Sardegna celebra il suo palio

Sedilo, paesino in provincia di Oristano, ospita una corsa di cavalli, sfrenata e pittoresca come quella di Siena, ma di origini ancora più remote perché ricorda una battaglia del 310 dopo Cristo. Una festa popolare da non perdere, a costo di rinunciare a un giorno di spiaggia

 

Quest’estate in vacanza si va in Sardegna. Finalmente le Maldive del Mediterraneo sono tornate accessibili per le tasche degli italiani e di molti stranieri. Tornate accessibili forse non è l’espressione più corretta, diciamo che sono aumentati i prezzi di quelle altre destinazioni considerate a pari merito per distanza e amenità. E poi, la Costa Smeralda non è la Sardegna. Comunque si leggano i dati, fa piacere poter approfittare delle bellezze nazionali, che spesso sono poco conosciute. Nello specifico, dell’isola dei quattro mori sono stati spesso decantati il cibo, le spiagge, ora di sabbia bianchissima, ora rosa, l’acqua turchese e calma.
Ma non finisce qui: molto meno famoso è l’interno, ed è questo il protagonista del nostro viaggio. Preparate le scarpe da trekking, perché ci sarà da camminare, ma tenete un vestitino leggero e non aderente per passeggiare tra i viottoli di un paesino in cui il tempo pare essersi fermato, non solo nell’architettura, ma anche nelle persone e nel loro modo particolare di accogliervi. Ma soprattutto preparate lo stomaco. Il pericolo più grosso delle vacanze in Sardegna è di ingrassare. Ma andiamo con ordine.


Per raggiungere la nostra tappa affittiamo un’auto, il mezzo più rapido e diretto, il cui prezzo non è eccessivo ( si parte da circa 35 €). Ci spostiamo a Sedilo, paesino in provincia di Oristano di poco più di 2000 anime, dove tra il 6 e il 7 luglio si tiene, ogni anno, una corsa a cavallo molto particolare.
Narra la leggenda che in tempi antichissimi un uomo reso schiavo dai Mori vide in sogno San Costantino Imperatore, il quale gli prometteva la libertà in cambio della costruzione di una chiesa in suo onore sul Monte Isei. Lo schiavo, tale Giommaria Ledda, venne liberato, ma non possedendo un soldo, non poteva adempiere all’impegno. Disperato, si mise in viaggio comunque, destinazione il monte suddetto. Lungo il cammino incontrò ancora una volta il santo, il quale volle premiare l’impegno, nonostante la penuria di risorse, con un sacchetto con venti monete d’oro al suo interno. Giommaria si mise subito al lavoro, e pose le prime basi per la chiesa nel luogo prestabilito. Grande fu il dispiacere quando i soldi finirono, perché l’opera non era ancora terminata, ma quando andò a controllare il sacchetto, quello era di nuovo pieno di monete. E così fu finchè la chiesa non fu ultimata. Da allora, Don Giommaria si curò della struttura e introdusse il rito della processione in onore del santo lo stesso giorno in cui gli apparve la prima volta. Questa è la leggenda.
La tradizione vuole che tale processione si tenga a cavallo, in una corsa sfrenata e carica di significati.


Rappresenta una battaglia, quella in cui Costantino, qui Santu Antinu, sconfisse Massenzio, autoproclamatosi imperatore di Roma, nella battaglia di Ponte Milvio. È altresì la metafora della vittoria del cristianesimo sul paganesimo. La profonda fede religiosa sarda qui emerge dal fatto che l’ardia viene celebrata in svariati comuni dell’isola, anche se quella di Sedilo è la più famosa. È guidata da un capocorsa, sa prima pandela, seguito da altri due cavalieri, sa secunda e sa terza. Costoro sono due persone stimate e fidate che lo accompagneranno, scelti da lui con la stessa serietà con cui si selezionano i testimoni di nozze. Ciascuno porterà una scorta di altri tre cavalieri, che avranno l’arduo compito di tenere a bada tutti gli altri partecipanti affinché, al momento della partenza, non superino i capicorsa. Il fatto di tenerli a bada ha anch’esso il suo significato: vi partecipano, ogni anno, circa 100 cavalieri, che rappresentano l’esercito di Massenzio. A rivestire il ruolo di prima pandela non è l’ultimo arrivato: ci si iscrive fin da bambini, sia per la passione per i cavalli, molto forte in Sardegna, sia per un voto al santo. Il registro dei nomi è sacro, tanto che viene custodito dal parroco, e il suo contenuto è segreto per chiunque altro. Passano degli anni prima di essere chiamati: il parroco, seguendo l’ordine cronologico di iscrizione,in gennaio per la festa di Sant’Antonio comunica in gran segreto il verdetto solo all’interessato.


Con l’arsura di luglio, arriva il gran giorno. Il 6 sera e il 7 mattina, le autorità in alta uniforme e la banda in pompa magna accompagnano il sindaco e il parroco a cavallo per la benedizione di rito. Il paese e orde di turisti si preparano al via. Il tragitto è marcato dai fucilieri, che assolvono al duplice compito di avvisare i fedeli che si trovano ad assistere, lungo le strade o abbarbicati sui muri, e anche quello di guidare i cavalli durante il percorso. Sono loro che indicano al capocorsa l’arrivo del parroco e del sindaco alla chiesa e, questo sarà il segno che l’Ardia può partire.
Da questo momento gli occhi di tutti saranno fissi sulla prima pandela che, da un momento all’altro, può dare il via. Il momento della partenza è emozionante sia per chi corre l’ardia, sia per chi la guarda perché darà inizio ad una corsa sfrenata che lascerà tutti col fiato sospeso. E tutti, paesani e non, sentiranno i cavalieri all’arrivo come i vincitori di un’antica battaglia. Metafora di quella vinta contro Massenzio, secoli e secoli fa.

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