Piero Angela bacchetta i politici

Dopo aver rifiutato la nomina a senatore a vita, il conduttore di Quark accusa la classe dirigente italiana di pensare solo a litigare, ignorando tanti problemi, a partire da quelli legati alla scuola e alla qualità dell’insegnamento ai giovani. Una materia nella quale lui è maestro

 

Piero Angela è per antonomasia colui che sa parlare di qualsiasi argomento, facendolo sembrare semplice e scorrevole. Quel genitore che saprebbe dire “No” a nostro figlio, evitando urla e capricci, quel professore che ci avrebbe fatto amare qualsiasi materia a scuola. Ed effettivamente ha accompagnato nella scoperta della scienza diverse generazioni di italiani, incollati settimanalmente al suo storico programma Quark. È ormai famosissima la sua affermazione in una recente intervista a proposito dei vaccini, «La velocità della luce non si decide per alzata di mano», frase che racchiude il senso profondo di questa assurda diatriba che divide l’opinione pubblica, assolutamente disinformata e ignorante, ma che esercita appieno il diritto di parola.

Con uno slogan così, a qualcuno è venuto in mente di elevarlo subito all’Olimpo della politica, e farne un senatore a vita, come fu per l’avvocato Gianni Agnelli, e tanti come lui. «Fare il senatore a vita non fa per me», così, in quattro e quattr’otto, rifiuta l’idea di recarsi a Palazzo Madama. Il celebre conduttore spiega di aver rifiutato, negli anni, la direzione di un Tg e di una rete, non essendo fatto per certi ruoli gerarchici. Incalza poi direttamente sulla politica, che dovrebbe essere capace di gestire e redistribuire la ricchezza che nasce da tecnologia ed energia. Ma se le maggioranze cambiano continuamente, si litiga e si parla solo di legge elettorale, nessun progetto vero diventa possibile. Angela spiega che cosa, secondo il suo punto di vista, non funziona nella politica italiana: «Facciamo l’esempio della scuola. Si parla continuamente di precari, scuola laica o cattolica, sicurezza degli edifici. Ma rarissimamente si affronta il vero problema, cioè come migliorare il livello e la qualità dell’insegnamento. E poi, in generale, in Italia non si premia il merito, l’autentica capacità. Il risultato? Se la produttività è l’indice dell’efficienza di un Paese, ebbene l’Italia è ferma da quindici anni. Altri Paesi, con gli stessi mezzi, hanno saputo fare ben di più e assai meglio. Da cittadino vedo l’incapacità della politica italiana di far emergere le mille potenzialità che ha il nostro Paese, pieno di gente in gamba».

Come sempre, come dargli torto?

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