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“L’atelier”, una predica politica che finisce con avvilire la vita

Le tematiche sociali che il film di Laurent Cantet mette nel piatto sono vere e sacrosante, ma forse il regista avrebbe potuto affrontarle senza peccare di eccessi ideologici, che appesantiscono la trama. Un’occasione sprecata

 

L’ATELIER


locandina-poster

 

 

di Laurent Cantet
scritto da Robin Campillo e Laurent Cantet
con Marina Foïs, Matthieu Lucci.

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Laurent Cantet è un bravo regista che ha diretto bei film. Con La classe ha vinto nel 2008 la Palma d’oro al Festival di Cannes, ma ci sono anche altri suoi lavori interessanti, per esempio Verso Sud, Risorse umane, A tempo pieno. Tutti i suoi film, però, seppure in diverse concentrazioni, peccano di eccessi ideologici. Le sue sono sempre storie a tesi, che vogliono trasmettere un messaggio e se a volte la bravura o la forza del tema hanno il sopravvento su questo approccio “educativo”, in altri casi è invece l’invadenza del messaggio a prevalere, fagocitando il resto. Ed è il caso di L’atelier.
Capiamo benissimo quello che il regista vuole raccontarci, lo capiamo fin troppo, ed è questo il limite. Siamo a La Ciotat, storico quartiere operaio di Marsiglia, sede di enormi cantieri navali che negli Anni 80 sono stati chiusi e poi riaperti riconvertiti sulla scorta di una lotta operaia durata anni e anni. Ma i tempi cambiano e i giovani poco sanno dei loro padri e anche quel poco spesso li infastidisce. Non sempre, perché alcuni figli ci tengono a conservare la memoria.

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Non è neppure giusto infierire contro chi guarda avanti, perché il mondo presenta oggi problematiche di tutt’altro genere, dalla lotta al terrorismo al premere di un’instabilità economica e sociale che sembra non poter mai più essere contenuta e men che meno ribaltata. Sono proprio tutte queste le tematiche che affiorano nella scuola di scrittura che un gruppo di adolescenti frequenta in uno dei tanti programmi che le amministrazioni promuovono per arginare lo sfilacciamento del tessuto sociale.
Il film è tutto lì, nelle estenuanti discussioni, corrette, ben articolate, precise, puntuali che i ragazzi intavolano con la docente improvvisata, una scrittrice di gialli, parigina della buona società ma molto curiosa di ambienti diversi dal suo. Tutti hanno colpe, tutti hanno limiti, l’insegnante, i ragazzi, la società e più di tutti ne ha Antoine, il giovane protagonista, un diciottenne nichilista che non trova stimoli in un mondo che di affascinante per la sua esperienza non ha conservato nulla. Per trovare quello che neppure cerca, Antoine bazzica ambienti di destra senza crederci, schiva smarrito i genitori, si consola coi videogiochi, sogna di entrare nell’esercito ma alla fine neppure riuscirci lo guarirebbe da un male di vivere che non risparmiava le generazioni passate ma che oggi sembra esplodere in un contesto sempre più vuoto e sterile.

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Due ore di film sono troppe
, due ore di predica anche. Eppure tutto quello che viene messo sul piatto è vero. Forse però bastava il testo finale che Antoine legge ai compagni con cui non ha mai legato per dire tutto quello che il regista voleva raccontarci. Oppure, e forse meglio, avrebbe potuto non fargli leggere quel testo e invece cercare di raccontare con gli strumenti del cinema esattamente quello che il testo racconta, ovvero tutte le emozioni che agitano un giovane cuore disperato. Così avremmo avuto un vero film, invece L’atelier è quella che nella Cuba della rivoluzione si definiva “la charla del Che”. Di cosa si trattava? Della predica che Guevara e gli altri barbudos infliggevano ai contadini dei villaggi conquistati, spiegando perché fosse giusto aderire alla Rivoluzione, pagandone tutti i prezzi, sequestri di beni materiali compresi. Laddove la politica esagera, il cinema (e a volte anche la vita) si avviliscono.

 

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