Arte di parte

Le nostre superdonne in 3D hanno conquistato tutta la città

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Se passeggiando per le vie di Milano vi imbattete in colorate figure femminili (ma non solo) tridimensionali, non stupitevi: sono le originali opere degli Urbansolid, due giovani artisti di strada lombardi. Che esprimono così il loro rifiuto nei confronti della società
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La nuova dimensione dell’arte di strada internazionale la si deve a due giovani uomini italiani, due grandi talenti artistici che forti delle loro idee e del loro stile hanno dato vita al duo artistico URBANSOLID. Le irriverenti e provocatorie creazioni di questi artisti fuori dal comune e dalle regole fanno bella mostra di sé nelle strade di alcune delle più importanti città europee, dove i due si sono conquistati un posto di grande rilievo all’interno della classica street art dei muri dipinti. Uniche nel loro genere, le creazioni non convenzionali di questa straordinaria coppia artistica sono realizzate con materiali che le rendono tridimensionali, facendo in modo che il soggetto esca dal muro cui è attaccato per invadere in modo dirompente lo spazio cittadino, diventando così parte integrante dell’urbanistica. Per questo motivo gli Urbansolid sono definiti gli street artist della terza dimensione, alla quale affidano i loro messaggi di critica nei confronti della società moderna e di sdegno verso il mondo. Unendo la filosofia di esecuzione con l’influenza del concetto di pop art creato da Andy Wharol, gli Urbansolid osservano la società contemporanea e attraverso le loro sculture la fanno diventare oggetto della propria arte, con il preciso intento di provocare una reazione in chi, inaspettatamente si imbatte nelle loro creazioni.


Partiamo dall’inizio, come realizzate le vostre opere?

Il nostro lavoro parte da una formatura scultorea classica che abbiamo imparato frequentando l’Accademia di Belle arti di Brera, a Milano. Tecnicamente creiamo dei “gusci”, all’interno dei quali facciamo una colata di gomma liquida, o da spalmare, che crea lo stampo dal quale ottenere il calco. Per i volti o per le figure intere, invece, facciamo prima un calco anatomico, cioè una colata di gomma, e per dar vita ai nostri personaggi seguiamo lo stesso procedimento della formatura scultorea, colando il gesso, il cemento o la resina all’interno dello stampo. Per le sculture esterne solitamente usiamo il gesso o il cemento perché sono meno costosi come materiali e più resistenti alle intemperie e agli atti vandalici, mentre per gli oggetti da galleria usiamo la resina.

Che durata hanno le vostre creazioni?
E’ impossibile prevederlo. Alcune sono ancora lì nonostante siano passati anni, ma la loro resistenza dipende anche molto dai luoghi in cui le mettiamo: quelli più di passaggio sono anche quelli in cui le nostre opere si deteriorano maggiormente soprattutto perché la gente le tocca e quindi a lungo andare si deteriorano. Questo è il motivo per cui sempre più spesso collochiamo le nostre opere non ad altezza d’uomo, anche perché ormai, sono sempre più frequenti i tentativi di furto. Ma dopo tanto girovagare, ormai, sia a Milano che nelle altre città europee, abbiamo individuato i luoghi giusti che permettono a ciò che facciamo di rimanere “al sicuro”.

Quando e da dove è nata quest’idea?
Dalla volontà di creare delle opere provocatorie che potessero penetrare le superfici delle nostre città e fossero in grado di far emergere una reazione, sia essa di stupore, sorpresa, irritazione o divertimento, in tutte le persone che casualmente ne venissero in contatto camminando per le strade. Ci conosciamo fin dalle elementari, abbiamo seguito lo stesso percorso scolastico, prima al liceo artistico e poi all’Accademia di Belle arti, ed entrambi siamo da sempre innamorati dell’arte scultorea, perciò siamo riusciti a essere i primi a creare il genere della street art della terza dimensione. Abbiamo cominciato a collocare i nostri volti in 3D appoggiandoli per terra, ma subito ci siamo resi conto che non era fattibile perché duravano pochissimo e venivano subito rubati, quindi abbiamo optato per l’incollarli alle pareti di strutture in disuso o muri ciechi, intervenendo in zone già decadenti e comunque sempre rispettando i beni comuni, senza mai danneggiare gli arredi pubblici e gli edifici. Così nel 2009 abbiamo preso il laboratorio dove abbiamo iniziato a creare le nostre opere e a metà del 2010 abbiamo cominciato ad attaccarle ai muri.

IMG_4008E avete cominciato a Milano.
Sì, perché per noi Milano è la città in cui c’è il maggior fermento artistico e il luogo migliore in cui potersi esprimere attraverso la street art. Da lì ci siamo spostati anche in altre città europee: Parigi, Londra e Berlino ospitano molte nostre opere. Ma Milano rimane la nostra “tela” ideale e siamo certi che sempre di più diventerà uno dei massimi esempi europei dedicato allo sviluppo di questo movimento artistico.

Come mai avete scelto la street art invece di esporre nelle gallerie d’arte?
Perché la nostra esigenza comunicativa necessità della massima visibilità a livello spontaneo. Se le stesse opere, fossero unicamente esposte in una galleria non raggiungerebbero un pubblico così vasto ed eterogeno, ma solo quello degli appassionati d’arte e quindi il nostro messaggio non avrebbe la stessa intensità e ne perderebbe tutta l’intenzionalità e il significato. Attaccare un’opera solida in strada, le conferisce un potere enorme, che nemmeno chi la realizza è in grado di controllare. Vive di vita propria e diventa protagonista dell’ambiente insieme alle persone che l’ambiente lo vivono. Ecco perché abbiamo accettato con entusiasmo la proposta di partecipare a MUSEO OUT, il primo museo a cielo aperto che il comune di Milano ci ha messo a disposizione per permettere a chiunque di vedere le nostre installazioni insieme alle opere di street art di altri artisti. Ogni tanto qualche opera l’esponiamo anche in qualche mostra, e ne creiamo alcune su ordinazione, ma questo solo perché realizzarle ha un costo e in questo modo troviamo la liquidità necessaria per procurarci i materiali.

L’idea di Adamo ed Eva da dove è nata?
Dal voler dare un’ulteriore identità al nostro lavoro. Abbiamo iniziato con i volti in 3D, da lì il voler realizzare una figura intera è stato naturale. Così abbiamo deciso di utilizzare il prototipo per antonomasia dell’essere umano che abbiamo poi customizzato a seconda del messaggio che volevamo dare. Quindi, alla stessa figura abbiamo aggiunto degli elementi che la caratterizzassero: giacca e cravatta per simboleggiare il manager, poi il carcerato, il superman, la crocerossina e così via, vestendo l’Adamo ed Eva originali con panni più contemporanei. Nessuna delle nostre opere è semplicemente decorativa ma ognuna di esse ha un significato ben preciso. Per esempio, i quattro Adamo vestiti da supereroi posizionati sotto i piloni del ponte della Ghisolfa di Milano, che è il primo ingresso verso la città arrivando dalle autostrade che conducono verso i Laghi o verso Torino, rappresentano una sorta di protezione per chi entra nella metropoli, così come l’Adamo soldato accanto all’Eva infermiera stanno a rappresentare il concetto della guerra, che ha sempre come protagonisti gli uomini. Tutto quello che facciamo ha un significato e porta con sé un messaggio ben preciso e provocatorio. Anche la zona audio sorvegliata, che abbiamo rappresentato con un orecchio che ascolta, è nata perché ci siamo resi conto che le città ormai sono tutte telecamerate. Ognuno di noi è inconsapevolmente filmato e quindi il nostro orecchio gigante che ascolta rappresenta questa ormai totale mancanza di privacy. Ci affidiamo comunque sempre a quell’ironia intelligente che ci permette di prenderci in giro e di prendere in giro questa società che è sempre prodiga di spunti.

urbansolid2016-8Qual è l’opera che vi ha dato più soddisfazione, sia a livello artistico che personale?
In realtà non vi è un’opera in particolare, perché amiamo così tanto questo nostro progetto che affrontiamo tutte le difficoltà del caso con sempre maggior entusiasmo perché ci rendiamo conto di quanto il nostro lavoro sia apprezzato. Quello di cui siamo davvero orgogliosi è l’essere stati accettati a braccia aperte dalla comunità. Quando capita che le nostre opere vengano rubate, c’è addirittura il consiglio di zona che ci chiama chiedendoci di realizzarne altre da mettere al loro posto. Oppure quando succede che dei muri in cui abbiamo incollato le nostre opere vengano ridipinti, gli imbianchini ci girano intorno e le lasciano dove le avevamo messe. Inoltre capita molto spesso di venir contattati da cittadini che ci inviano selfie davanti alle nostre opere o che ci segnalano danni che le sono stati arrecati.

Con che criterio scegliete le zone in cui inserire le vostre opere?
Generalmente non siamo noi a scegliere ma sono le zone che scelgono noi. Andiamo in giro per la città e troviamo i luoghi più adatti, sempre in zone un po’ fatiscenti e abbandonate e senza mai andare a toccare muri di privati.

Da dove nasce la vostra ispirazione?
Dalla realtà della società moderna, da tutto quello che succede nel mondo che per certi aspetti è sempre più assurdo. Basta leggere i giornali: ogni titolo si presta a essere visualizzato attraverso alcuni elementi che creano il nostro stile irriverente e divertente allo stesso tempo, perché anche con l’ironia visiva si possono dare dei messaggi importanti. Il manager che si tuffa dentro il water, è esattamente l’espressione di questo.

Perchè avete scelto di chiamarvi URBANSOLID?
A differenza di quello che in un primo momento può sembrare, il nostro urban solid non ha nulla a che vedere con l’urbanistica solida ma si rifà al concetto inglese del rifiuto urbano. Gli anglosassoni chiamano infatti urban solid quello che noi chiamiamo rifiuti ingombranti. Perciò, dedicandoci a un tipo di arte tridimensionale che occupa uno spazio e che esprime un messaggio di rifiuto nei confronti delle assurdità di questa società, abbiamo pensato che chiamarci URBANSOLID fosse decisamente adatto.IMG_9754

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1 Commento

  1. artjob.it

    29 Agosto 2018 at 6:24 pm

    Terrò nota di questo articolo

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